Himera in Sicilia: i Greci camminano fra noi

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L’ultimo giorno del blogtour #vivintensamente ci ha portato al cuore più conosciuto del fascino della Sicilia: il mondo greco.
A poca distanza da Termini Imerese si trova il sito archeologico di Himera. Questa colonia greca ebbe vita breve e travagliata, finendo distrutta e rasa al suolo dai Cartaginesi intorno al 409 a. C. e solo pochi sopravvissero. Furono loro, in seguito, a dare vita a Termini Imerese.
Di questa storia oggi si fa custode il museo archeologico locale.
Seppur poco visibile dalla strada, l’Antiquarium di Himera è uno scrigno che racchiude sorprendenti tesori. Quest’area è stata oggetto di scavi archeologici solo nel XX secolo ed il museo è relativamente recente: progettato negli Anni Settanta, è stato inaugurato solo trent’anni fa.
Costruito sulla costa della collina che affronta il mare, è sviluppato come un unico percorso continuo organizzato su una serie di rampe: entrare in questo museo vuol dire iniziare un percorso tra reperti archeologici di incredibile bellezza.
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Indubbiamente il fiore all’occhiello di questo museo è il phiale d’oro: si tratta di una coppa votiva d’oro massiccio, come un sole scintillante finemente lavorato, questo oggetto era forse comune in quei tempi ma non è sopravvissuto alla fine dell’antichità. Gli unici altri due esemplari noti al mondo sono uno a New York ed uno in Bulgaria.
Davanti a questa testimonianza di una civiltà tanto ricca quanto raffinata non si può rimanere indifferenti. Trovarsi a pochi centimetri dalla phiala, scorgerne i motivi ad api e a ghiande, potere addirittura leggere, su un fianco, le dedicazione votiva è più emozionante di quanto ci si aspetterebbe. Quell’oggetto, prezioso ma di dimensioni ridotte, crea un contatto visivo ed emotivo con il mondo che lo produsse.
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Proseguendo, sotto le travi di calcestruzzo a vista del museo (bell’esempio di quella corrente architettonica che fu il Brutalismo), si incontrano tutti i segni che contraddistinguono il mondo greco: vasi rossi e neri con satiri, uomini e dei; acroteri e parti di templio; statue votive antropomorfe e oggetti della quotidianità.
Davanti al museo, tra la strada statale e la nuova linea ferroviaria a doppio binario, giace tra fichi d’India e strade bianche e polverose quanto resta del Tempio della Vittoria, l’emergenza maggiore di quella che fu la grande città di Himera. I gradoni del tempio spuntano tra i ciuffi d’erba e i rocchi di colonna, in parte rialzati dagli archeologi, e si stagliano contro lo squillante celeste del cielo siciliano.
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Il prossimo anno inzieranno i lavori per dare giusta importanza alla necropoli recentemente scoperta e, spero, anche l’allestimento intorno a queste vetuste memorie avrà la cura e l’attenzione che giustamente merita.
In questo gli scavi e le testimonianze che Himera racchiude possono essere una perfetta metafora di quanto ho visto nel Distretto di Cefalù, del Parco delle Madonie e di Imera. Una ricchezza esaltante e stupefacente in grado di lasciare a bocca aperta, che ha bisognoe di tutta l’attenzione e la cura necessaria per rifulgere e che aspetta gli amanti del Bello e del Vero che la scoprano.


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