Il mito della Sicilia eterna tra i monti delle Madonie

Più trascorro tempo in Sicilia per il blogtour #vivintensamente più i pregiudizi e le idee preconcette sulla Sicilia vengono meno.
Le certezze prefabbricate e i luoghi comuni lasciano spazio all’ammirazione ed allo stupore per la ricchezza (purtroppo) sconosciuta di questa terra e la sua millenaria storia.
Oggi è patrimonio mentale e ricordo indelebile per i molti appassionati: parlo della Targa Florio, la corsa sfrenata tra le strade bianche e polverose delle Madonie ideata nel 1906 dal magnate ed imprenditore Vincenzo Florio.
Erano gli anni in cui nasceva la Mille Miglia, e ben prima del circuito di Le Mans in Sicilia sfrecciava rombante la modernità dell’automobile. Era un mondo di nobili ed avventurieri, belle dame e gran signori che alla stessa maniera si appassionavano a questo nuovo mondo di motori e benzina.
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Con alti e bassi, cambi di percorso ed aggiustamenti, dal 1906 al 1977 i bolidi hanno sfrecciato tra le Madonie, portandone le alture, i paesi e gli scenari al centro dell’attenzione mondiale.
Appena fuori Termini Imerese c’è un museo dedicato, con i premi originali (le Targhe Florio, appunto), memorabilia, oggettistica e soprattutto loro: le macchine.
Io ho potuto sentire il rombo alla partenza di una Fiat 501 SS Targa Florio, prodotta negli Anni Venti, ed il vento nei capelli mentre a bordo affrontavamo le curve delle strade siciliane, tra muri a secco, fichi d’India ed il panorama incantevole della Sicilia.
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L’arrivo a Floriopoli è stato il culmine di questa esperienza: là dove il circuito terminava e c’erano le tribune oggi c’è un piccolo museo dedicato a quei decenni dove motori, charme, bel mondo, industria e velocità si incontravano.
La Targa Florio portava automobili velocissime a sfrecciare in un mondo agreste, dove si seguiva il ritmo delle stagioni e la natura, dominata dall’uomo con sudore e fatica, dava i suoi frutti.
Questa civiltà agricola e pastorale, che ha accompagnato la Sicilia e tutto il nostro mondo per millenni è venuta meno, almeno in gran parte del mondo occidentale, in pochi decenni.
Negli anni in cui la Sicilia abbandonava questa sua tradizione una voce si levava, dolente, a cantarne la morte e lo straniamento: era il poeta Giuseppe Giovanni Battaglia (1951-1994) che con rime dolenti in italiano e in siciliano affrescava la fine di un mondo.
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Oggi ad Aliminusa, nel suo paese, un parco letterario ricorda la sua opera ed il suo amore per questo mondo. Seppure raccolto, dona una grande pace: tra i sentieri ci sono i cartelli delle sue poesie, pascolano gli animali che accompagnavano la giornata dei contadini e lo sguardo si apre su un bellissimo panorama fatto di monti, di colline verdeggianti lavorate e, in lontananza, del mare
Dopo il medioevo suntuosa ed aragonese di Caccamo, il liberty rombante di Termini Imerese e la straziante dolore della fine della civiltà contadina ad Aliminusa, senza soluzione di continuità, spostandoci di pochi chilometri nello spazio precipitiamo all’origine di quest’isola, dove mito, leggenda e storia si uniscono e si fondono.
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Chi conosce le grotte della Gurfa? Chi ne ha mai sentito parlare? Nessuno, penso, al di fuori forse di un ristretto gruppo di studiosi e degli abitanti di Alia, nel cui comune si trovano, e dell’isola.
Il nome grotte non deve trarre in inganno: non è una ricchezza donataci dalla geologia; non è Frasassi.
Sono una serie di camere scavate nella roccia dagli uomini, nel periodo dell’Età del Bronzo: più o meno tra i 1500 ed i 3000 anni prima di Cristo.
Da chi?
Qui inizia il mistero.
Furono fino a pochi anni fa rifugio ed abitazioni per greggi e pastori. Prima ospitarono comunità monastiche nei primi secoli della penetrazioni cristiana, e prima ancora furono granaio per i Romani.
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Ma prima, prima, ancora prima, furono luoghi misteriosi di culti di cui quasi si è persa la memoria, legati alla vita, cioè alla fertilità: Afrodite, dea dell’amore carnale per i Greci, diretta discendente di quelle Grandi Madri che sono state venerate in tutte le civiltà preistoriche. Ma anche alla morte, perchè questo era anche luogo di inumazione.
Per alcuni è in questi luoghi che si lega la leggenda di Minosse che, venuto in Sicilia per inseguire Dedalo, trovò la morte e venne sepolto. La tomba di un re mitico?
Entrare in questi ambienti alti, molto alti, scavati nella roccia, dove ancora permangono le tracce di culti spaventosi e per noi difficilmente comprensibile è qualcosa che difficilmente possiamo spiegare a parola. Entrare in queste buie stanze scavate a mano è percepire un’inquietudine sottile, come se lo spirito del tempo ancora dimorasse ed ancora qualcosa di quella sacralità permanesse.
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Sostate nella sala a tholos, un’unica immensa camera circolare alta quasi venti metri, la cui illuminazione principale è un piccolo oculo circolare sulla cima. Sostate in questo Pantheon della Sicilia. Sostate in questa che sembra la Tomba di Atreo a Micene, ed invece forse è la Tomba di Minosse ad Alia, nelle Madonie.
Sostate qui ed abbracciate il mito della Sicilia eterna e millenaria.

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