L’ABC su Lucca (e sui lucchesi)

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Mi piacciono gli ABC: semplici, lineari e funzionali. Ecco il mio su Lucca che, tra Puccini, Ungaretti, Nottolini, Elisa Baciocchi e Ilaria del Carretto non si fa mancar niente.

Siamo noi lucchesi che per lo più (non tutti, s’intende) siamo un po’ così. Lo dicono gli altri, ma l’ammetto anch’io: chiusi come le nostre mura, sempre diffidenti, seriosi, abitudinari e tradizionalisti, spesso molto attenti all’apparire più che all’essere, però se fai breccia nel nostro cuore e riesci ad entrare nei nostri meccanismi saremo fedeli e onesti a vita.

Via che si parte…

A come Anfiteatro. “Ah, abiti a Lucca?” – mi chiedono spesso le persone che incontro durante le mie giratine (chiamarli viaggi sarebbe offensivo nei confronti di chi i viaggi li fa davvero) – “Bella città, ci sono stato una volta, c’ha quella piazza (e con le mani fanno il segno dell’ovale), dove ci girano spesso anche dei film e degli spot televisivi”. “Sì, è Piazza dell’Anfiteatro”. Già, come tutte le città di origine medievale anche noi abbiamo un anfiteatro. La sua particolarità risiede certamente nella ridefinizione urbanistica che gli dette l’architetto Nottolini nell’Ottocento e quindi la costruzione delle case tutt’attorno.

B come buccellato. Pasta di pane, zucchero, uvetta, semi di anice e burro. Non mi è mai piaciuto. A meno che non lo facessero le mie nonne, con una fetta di pesca sciroppata sopra.

C come chiese e commercianti. Le due istituzioni lucchesi per eccellenza. La città dalle 99 chiese, quelle che ci attribuisce la leggenda per evidenziare il fatto che Lucca sia da sempre una città dalla forte impronta religiosa. Molte delle parole che ho scelto per rappresentarla ne sono un esempio. E sì, lo so, che i commercianti non sono un’istituzione nel senso stretto del termine, ma a Lucca è come se lo fossero. Fin dagli albori. Ma anche C come Comics & Games. L’altro leit motiv che può seguire “Ah, abiti a Lucca?” è “Bella, ci vengo sempre per i Comics. Poi mi è capitato di venirci una volta quando non c’erano e praticamente non mi son saputo orientare”. Ecco! Perché Lucca, quando arrivano i Comics, si trasforma e si prepara ad accogliere giovani (e non) da tutta Italia. Peccato che i nostri “turisti dei due giorni” a malapena sappiano vedere le bellezze architettoniche e storiche che vanno oltre gli stand di plastica con giochi e fumetti.

Chiesa di San Francesco e Basilica di San Frediano

D come decumano. Via San Paolino, Via Roma e Via Santa Croce, è questo il nome delle strade da ovest ad est. Per dirle con una parola sola il decumano, così come viene definita la direttrice di viabilità orizzontale di ogni città di origine romana. La prima volta che ho sentito questa parola frequentavo la scuola elementare: avevo sul banco una cartina del centro storico di Lucca in cui spuntava una croce fatta con l’evidenziatore verde. Quella croce tracciava il cardo (l’altra via principale, quella che attraversa la città da nord a sud) e il decumano. Quando andavo al Liceo e stavo vicino Porta Elisa – dove ancora abitano i miei – quel decumano lo percorrevo in bicicletta ogni mattina e spesso partivo 10 minuti prima. Li sfruttavo per fermarmi a contemplare la mia piazza preferita: Piazza San Michele, il punto di incrocio (quasi) perfetto con il cardo.

Piazza San Michele un venerdì pomeriggio di ottobre

Piazza San Michele un venerdì pomeriggio di ottobre

E come Elisa Baciocchi. Nel corso dei secoli alcune donne hanno avuto a Lucca un ruolo di rilievo, decisivo. Sia nella storia moderna, sia in quella contemporanea e così è stato per la principessa di Lucca e Piombino nonché granduchessa di Toscana. Non che i lucchesi l’abbiano amata fin da subito, anzi, e anche lei non aveva di Lucca una grande opinione, trovandola antiquata e da rimodernare. La porta delle Mura che guarda ad est, Porta Elisa appunto, fu costruita in suo onore agli inizi dell’Ottocento ed è la porta più moderna. Un abbozzo di Arco di Trionfo, o almeno così avrebbe dovuto essere nell’intento.

F come Fillungo. 700 metri di negozi, storici e non. Di case alte, altissime, che quasi in alcuni tratti il cielo fai fatica a vederlo. 700 metri “di struscio” da fare da adolescenti il sabato pomeriggio, coi tacchi che ti si incastrano nella pavimentazione. 700 metri da godersi, se possibile, in un’anonima giornata lavorativa, a metà autunno o a metà primavera, quando non devi fare a spallate con nessuno, né con adolescenti disattenti né con uomini e donne in simil carriera che fuggono di corsa da una parte all’altra.

G come Giacomo Puccini. Mi limiterò a dire che Puccini a Lucca c’è nato, ma alla città ha sempre preferito località di campagna piuttosto defilate come Chiatri o la celeberrima Torre del Lago (Puccini, appunto). In Piazza della Cittadella si trova il suo monumento bronzeo; mentre spartiti, documenti e il famoso pianoforte su cui ha composto la Turandot li puoi vedere visitando la sua casa Natale, il Puccini Museum.

H come Half Marathon. Amata da “quelli che corrono” come è ovvio che sia, quest’anno si è svolta a maggio. Un po’ sulle mura, un po’ nel centro storico, è destinata a diventare l’evento che affianca la Lucca Marathon benché si svolgano in due periodi diversi.

I come Ilaria del Carretto. Ricordata da D’Annunzio, Quasimodo e Pasolini, Ilaria del Carretto non era lucchese, bensì apparteneva ad un casato dei Marchesi di Savona. È stata una delle mogli di Paolo Guinigi, signore di Lucca nel 1400, morta giovane di parto. Diventata famosa per il suo monumento funebre in marmo commissionato dal marito e ritenuto simbolico per lo stile dello scultore senese Jacopo della Quercia. Il cagnolino ai piedi simbolo di fedeltà, gli occhi sereni come se dormisse, la veste leggera come quella che probabilmente indossava quando è morta, l’hanno resa quasi una raffinata dea da venerare ancora ai giorni nostri.

L come Leggende. Tante, tantissime ne abbiamo. Sui monti, in Garfagnana, e per le campagne. Streghe, linchetti e diauli (diavoli, n.d.r.). Miracoli, amanti, ghigliottine ed arcangeli sono i protagonisti. All’inizio tramandate oralmente, come vuole la tradizione, negli ultimi decenni anche raccolte e pubblicate.

M come mura. Come le nostre non ce n’è. E su questo non si discute! Senza entrare nel merito storico per cui furono costruite, oggi sono percorribili a piedi, in bicicletta (una volta anche in macchina, menomale oggi non più). Ideali per la corsa, per gli amoreggiamenti, per le passeggiate con il cane. Per noi lucchesi sono un vanto e sicuramente ognuno di noi ha un aneddoto a tal proposito.

Le Mura di Lucca viste da Porta S. Maria

Le Mura di Lucca viste da Porta S. Maria

N come Nottolini. Quello dell’acquedotto (e anche delle case intorno a Piazza dell’Anfiteatro). Sì, perché grazie ai lavori di regolamentazione idrica di Lorenzo Nottolini, architetto ed ingegnere, dai Monti Pisani l’acqua riusciva ad arrivare a Lucca tramite le condotte sospese su 400 archi. L’acquedotto, in stile neoclassico ed ancora visibile, termina a San Concordio con il suo Tempietto, una cisterna a pianta circolare in cui veniva raccolta l’acqua.

O come Orto Botanico. Anche per lui il primo ricordo risale ad una visita scolastica nel periodo delle scuole elementari, quando il mio interesse per la forma delle foglie e i vari tipi di piante tendeva al meno infinito. Oggi, lo riconosco, è un’oasi in cui suoni, colori e profumi si intersecano e creano un’atmosfera particolare. Lo riconosci sempre percorrendo le mura: di solito è il tratto più fresco e profumato quello che lo costeggia.

P come Palazzo Pfanner. Sarà che si trova lungo lo stesso tratto di mura della clinica dove sono nata, quella di Santa Zita, ma starei a guardarlo per ore dalle panchine della cinta muraria, incantata per la sua fontana e soprattutto per il suo giardino scenografico. Ma anche P come pioggia, che a Lucca ne cade sempre tanta, forse pure troppa (non a caso dopo i Comics, l’Anfiteatro e le Mura siamo conosciuti nel mondo per essere il “pisciatoio d’Italia”).

Il giardino di Palazzo Pfanner visto dalle mura

Il giardino di Palazzo Pfanner visto dalle mura

Q come quotidianità. Al lucchese medio, se non lo vuoi mandare “in palla”, non la devi cambiare. Abitudinario, legato alle tradizioni, storiche e, appunto, quotidiane. Del resto, siam gente semplice di provincia…

R come restauro. Tirchi, chiusi, spocchiosi e abitudinari. Sì, certamente lo siamo. Però abbiamo anche qualche pregio, uno di questi è che teniamo tantissimo alla nostra città e alle sue opere e se qualcosa è da restaurare, sia un quadro siano le Mura, noi non ci tiriamo di certo indietro.

S come Serchio. “È costato quanto il Serchio ai lucchesi” è un tipico detto di queste parti. Già, perché tra straripamenti e bonifiche di paludi, nel corso dei secoli, il letto del nostro amato e odiato fiume l’abbiamo cambiato più e più volte. Con conseguente lievitazione dei costi.

T come Torre Guinigi. Il terzo leit motiv che segue: “Ah, bella Lucca. Ci sono stato una volta!” è “C’ha quella Torre con in cima un albero!”. È Torre Guinigi, 45 metri, una delle icone più belle della mia città, ma sconsigliata, così come la Torre delle Ore, a chi soffre di vertigini.

U come Ungaretti. Alla Lucca degli anni Trenta – quella agricola e fatta di migranti – Giuseppe Ungaretti, che pur essendo nato ad Alessandria d’Egitto aveva genitori lucchesi, dedicò un’intera omonima poesia. Poesia che, tra le altre cose, ho scoperto essere stata data come tema per l’esame di maturità qualche anno fa. E chissà se Ungaretti “seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente che mi parla di California come d’un suo podere” se lo sarebbe mai aspettato?

V come Volto Santo. Che sia una copia o l’originale ai lucchesi poco importa. Con la loro profonda venerazione i miei concittadini l’hanno reso più importante anche dei santi ufficiali, San Martino e San Paolino. E Lui sta lì, crocifisso ligneo racchiuso in un tempietto costruito da Matteo Civitali, un altro (non a caso) a cui questa città deve molto. Lì, sulla navata sinistra della cattedrale di San Martino, in attesa che ogni anno arrivino le masse dei fedeli. Dapprima con la cosiddetta Luminara, la processione serale del 13 settembre – religiosa, civile e storica – che parte inneggiando alla croce dalla Basilica di San Frediano, per riversarsi in Fillungo (dove nel corso degli anni pian piano i commercianti si sono arresi a spegnere le loro vetrine in favore di lumini), protendersi in Piazza San Michele e Piazza Grande per arrivare finalmente in San Martino. E poi con le celebrazioni del giorno dopo, il 14 settembre, la Santa Croce, culmine del settembre lucchese.

Cattedrale di San Martino

Cattedrale di San Martino

Z come zecca. “Pur di un rimané senza i lucchesi i sòrdi se li coniavano da sé”. Ringrazio la mia amica e collega Chiara per il gentile contributo in vernacolo che la dice lunga – anzi dice tutto – sull’essenza dei lucchesi.


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