#LeggendoViaggi: amo il Giappone, ma anche no

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Qui su #LeggendoViaggi è stato da poco recensito “Orizzonte Giappone“,  il libro di Patrick Colgan che racconta le esperienza vissute dal giornalista e blogger anglo-bolognese nel corso dei suoi numerosi viaggi nella terra del sol levante e trasmette al lettore, attraverso un racconto avvincente fatto di tappe, di incontri e di episodi, il suo innamoramento per l’universo nipponico. Forse non tutti sanno che anche io sono stata colpita dalla sindrome dei Jappo-Fan e che a febbraio tornerò assieme al mio compagno a Tokyo, per seguire un itinerario che “vada oltre” la capitale giapponese.

Spinta dalla necessità di nutrire la mia conoscenza della Nazione, ho divorato il libro di Patrick Colgan non appena pubblicato. Ma non mi bastava. Perché voglio conoscere la realtà nipponica per quello che realmente è, senza indossare solo le  lenti colorate di rosa dei cosiddetti “Jappo-fan”. Perché dal Giappone noi occidentali torniamo quasi sempre entusiasti: interfacciarsi con una realtà sociale totalmente diversa da quella a cui siamo abituati è uno shock ed al tempo stesso una rivelazione.

Quindi, cercando in rete la “voce fuori dal coro”, mi sono imbattuta nell’e-book di Mattia Butta “101 motivi per non vivere in Giappone!”, con prefazione di Disma Dylan Pestalozza. L’autore, ingegnere di Lecco ora ricercatore alla facoltà di Ingegneria elettrica dell’Università Tecnica Ceca di Praga dove insegna misure elettriche e sensori, prende avvio dalla sua esperienza a Fukuoka, dove ha trascorso due anni per un fellowship alla Kyushu University, per raccontare la sua esperienza con la cultura, gli usi e le bizzarrie del mondo giapponese.

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Non quindi un turista che al più si ferma in Giappone per pochi giorni o qualche settimana, ma il racconto di un gaijin (termine non troppo positivo che indica lo straniero) che ha dovuto interfacciarsi per necessità con la parte del Giappone meno conosciuta in occidente, con la sua burocrazia, con le sue abitudini talvolta prive di senso o bislacche. E che attraverso una puntuale elencazione ci fa conoscere un Giappone diverso che, senza tuttavia distruggerne l’alone un un po’ immaginifico di perfezione che lo circonda, ce lo rende più vero ed umano.  Scordatevi la flessibilità, per dire:  in Giappone ogni procedura è codificata, segue un protocollo che non viene neppure messo in discussione, seppure agli occhi di un occidentale talune regole potrebbero essere migliorate o innovate.

Parecchie le abitudini e gli usi giapponesi esaminati da Butta con occhio assai critico: dall’onnipresente abitudine dei commessi di ringraziare, alla mancanza di un termine di uso comune per dire “no”: in Giappone dire di no è considerato poco educato, per cui si supplisce con una parafrasi: non si dirà “no” (iie) ma “un po’” (chotto) con gli inevitabili equivoci conseguenti; ai timbri (inkan) utilizzati al posto della firma autografa, alla propensione al lavoro che – incredibile! – non corrisponde come si potrebbe immaginare ad un’alta produttività, alle difficoltà per gli stranieri di stipulare assicurazioni o richiedere una carta di credito o alla fatica, – non solo per i gaijin, ma anche per i giapponesi – di imparare una lingua che si basa su tre alfabeti diversi ovvero kanji, hiragana e katakana, che assumo diverso significato in base al contesto della frase.

Si potrebbe continuare per… 101 motivi, equivalenti ad altrettanti interessanti capitoli. Tuttavia, tra tutti quello che più mi ha colpito, forse perché qui in Europa non se ne parla mai, è il capitolo in cui Butta racconta il funzionamento del  sistema giudiziario e di polizia giapponese. A dir la verità, dopo averlo letto (è il capitolo 53), qualche timore per il prossimo viaggio l’ho avuto. La Polizia ha infatti il potere di arresto e di detenzione preventiva che – tra la richiesta al procuratore e le indagini – può arrivare fino a 22 giorni ed i processi si basano sulla relazione della stessa Polizia. Le statistiche parlano chiare: in Giappone la Polizia ottiene circa il 99% di condanne e con gli stranieri le forze dell’ordine non sono tenere: già, perché lo straniero è – a prescindere e a priori – sempre colpevole. E poi in Giappone vige ancora la pena di morte. Che certo non aiuta…

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Nel libro Mattia Butta racconta un Giappone meno splendente, in cui accanto a manga, templi, sushi e geishe ci sono – come in qualsiasi altro Paese del mondo – luci ed ombre. Accanto ad argomenti seri associa spigolature che aiutano a rendere più facile il soggiorno nel Paese asiatico: dal costo della frutta e della verdura alla misura dei preservativi (!), dalle taglie dei vestiti ai costumi da bagno, dalle sale del pachinko al divieto di ballo (già…) passando per i conosciuti wc tecnologici.

Insomma, anche in Giappone può essere (molto) complicato vivere, tanto quanto nella vecchia Europa o nel Nuovo Mondo. E, come dice lo stesso Butta non troppo tra le righe, talvolta l’occidentale rischia davvero di sentirsi in una gabbia priva di senso.

A proposito di libri e di viaggi in Giappone: la scorsa tweetchat #LeggendoViaggi è stata dedicata al Giappone ed ha riscosso un grande successo. Qui trovate lo storify. A grande richiesta, ad anno nuovo dedicheremo una nuova tweetchat al paese del Sol Levante. Stay tuned!

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