Lettera ai miei figli dopo essermi licenziata: non l’ho fatto per voi

Caro Marco, caro Giacomo,

non so se e quando vi verrà il dubbio di saperne di più su questa mamma che ha lasciato un posto fisso, per di più statale, per fare la blogger. Oggi è il gran giorno. Oggi ridivento una donna libera. Oggi non sono più un’impiegata, ma una blogger. Tra pochissimi giorni aprirò la partita iva e quello che è nato come un gioco ed è stato per molto tempo una passione che ha succhiato la maggior parte del mio tempo libero sta per diventare, a tutti gli effetti, il mio lavoro.

Vi scrivo perché, in questo momento, tante mamme stanno lasciando i loro lavori per i loro figli. Io non lo faccio per voi, lo faccio per me.

Lo sapete che amo ciascuno di voi due oltre ogni cosa e più della mia vita. Sapete che per voi faccio e farei di tutto. Ma non mi sono licenziata per voi. Siatene sereni: questa scelta l’ho fatta, grazie al silenzio-assenso del vostro babbo (che non finirò mai di ringraziare), solo per me. Per seguire le mia ambizioni e le mie aspirazioni.

Ho passato i primi venticinque anni della mia vita a studiare come una matta. Mi sono laureata in Chimica Industriale e mi sono subito messa alla ricerca di un lavoro. Erano i tempi degli stage a 500 euro. Ne ho fatti due; sono finita a Milano. Poi ho conosciuto il vostro babbo. Tra un lavoro incerto ed il sogno di un grande amore, non ho avuto dubbi: dopo due mesi di storia a distanza mi sono licenziata, sono ritornata a casa coi vostri nonni (e potete immaginarvi che sacrificio, dopo un anno da sola!) e mi sono rimboccata le maniche: qualche ripetizione e tanti colloqui. Poi la Piaggio, il lavoro che più ho amato, l’unico anno e mezzo in cui ho messo in pratica quello per cui avevo studiato. Ma non c’era posto per me, maledette raccomandazioni. E allora altro giro, altra corsa, caro Giacomo e caro Marco. Allora Baldini Vernici, per un anno di umiliazioni oltre ogni limite, con il solo scopo di conquistare un contratto a tempo indeterminato che mi desse la possibilità di sposare il vostro babbo. Ma per forza non si fa nemmeno l’aceto, come si dice dalle nostre parti. E anche lì non è andata. Nel frattempo avevo rifiutato un colloquio alla Ferrari. Sì, a Maranello: per loro la mia esperienza alla Piaggio era motivo di chiamata. No, vabbé, bimbi, io lo so che non ci credete se vi scrivo che questa mamma, la vostra mamma, è stata chiamata dall’Ufficio Personale della Ferrari ché aveva letto il curriculum su Monster. Monster. Voi manco saprete cos’è. Provo a dirvi che è il nonno di LinkedIn, ma chissà se quando mi leggerete mi capirete. Ah, devo dirvi perché non sono andata. Semplice: perché se mi avessero preso non avrei potuto dir di no. E io non avrei potuto separarmi di nuovo dal mio Oci, il vostro babbo. Allora, meglio non andare nemmeno a fare il colloquio. Ricordo ancora la signora che mi chiamò, che mi disse: <<Se ci ripensa, ha il mio numero di telefono>>. Non ci ho mai ripensato, perché davanti a me c’era solo un obiettivo: stare per sempre col vostro babbo. Ce l’ho fatta (beh, questo lo sapevate già!): dopo un anno di insegnamento in un premiato diplomificio, mi è capitato quello che pensavo fosse il colpo della mia vita: concorso in  Comune. Il mio Comune: quello dove ho sempre vissuto. L’ho indovinato per caso e mi sono subito buttata nello studio: da quando l’ho saputo al momento della preselezione sono passati dieci giorni. Dopo altri dieci le due prove scritte; dopo altri cinque l’orale. Terza classificata. Non credevo ai miei occhi, un risultato così importante in così poco tempo di studio. La fortuna ha giocato dalla mia parte: dopo quaranta giorni sono stata assunta a tempo indeterminato. Dopo undici mesi sono convolata a nozze. Se mi fossi accontentata, figli miei, a questo punto sarebbe bastato un “e vissero felici e contenti”. Ma se il tuo lavoro non ti dà soddisfazione, se quello che ti ritrovi a fare non è quello per cui sei stata assunta, se a giorni alterni ti viene detto che hai idee irrealizzabili oppure non sei propositiva… bimbi miei, mi capite che anch’io ho diritto ad essere appagata?

Ve lo dico col cuore, forse sarò una madre degenere: le donne sono uguali agli uomini, non è che le donne sono appagate dalla famiglia e gli uomini dal lavoro. Marco, Giacomo, diffidate da chi vi dice così: la vita è fatta dalla famiglia, ma anche dalla propria persona, che sia maschile o femminile. Io ho bisogno di dare seguito alla mia fantasia, non posso limitarmi a scrivere compitini che ho visto correggere e ricorreggere giusto per il gusto di farlo. Non posso essere considerata l’ultima (l’ULTIMAAAA!) dei colleghi, io che sono sempre stata la prima della classe. Figli miei, non credevo fosse così difficile adeguarsi alla burocrazia. A me non è riuscito. Forse sono io una cavalla pazza; forse sono semplicemente un’insubordinabile, come alcune superiori, nel tempo, mi hanno fatto notare. Io credo che ci si subordini facilmente quando ciascuno può partecipare alle discussioni in maniera libera, apportando la propria esperienza, la propria professionalità ed il proprio bagaglio di studi. Se insubordinabile vuol dire che sono una che si oppone ad eseguire cose imposte da persone che ne sanno meno di me, beh quello sì. Sempre e comunque. Non sono una pecora che sta nel gregge, se il gregge va verso il burrone.

Caro Giacomo, caro Marco, chissà mai se leggerete queste righe. Spero non ne abbiate bisogno; mi auguro che la felicità che brilla nei miei occhi dal giorno in cui ho presentato le dimissioni resti sempre la stessa e non vi dia mai adito a dubitare.

La vostra mamma vi adora, bellidimamma, ma questa mamma vuole mettersi in gioco ogni giorno per meritare il vostro rispetto e per essere degna di potervi insegnare la libertà: la libertà di segliere la vostra strada, pur sapendo che quella più facile sarebbe stata un’altra.

 

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