Ogni giorno suona la sveglia e una mamma inizia a correre…

Ogni giorno suona la sveglia e una mamma inizia a correre…

Correre contro il suono della campanella.

Perché alle elementari bisogna arrivare puntuali alla scuola del Toparco il tempo di apertura del cancello è davvero brevissimo. In un mese e mezzo di scuola ho affinato la tecnica: meglio partire più tardi e arrivare quando i più sono entrati e i genitori iniziano a defluire. Passo davanti alla scuola; col motore ancora acceso faccio scendere il Toparco.

<<Ciao Mamma!>> <<Ciao Amore!>>

<<Ciao Mamma!>> <<Ciao Amore!>>

<<Moltissimi ciao Mamma!>> <<Ciao Amore, guarda avanti!>>

Boom! Spesso, per voltarsi a salutarmi, nel tratto tra il cancello e la porta, urta con un altro bambino. Ma finché non è entrato lui continua a salutarmi, mentre io cerco comunque di farmi vedere, ma sono già lì da suo fratello, che, in fase semi-rem, sta sul suo seggiolino a puppare le sue ditina.

Suo fratello.

Mentre il Toparco, come me, corre contro il suono della campanella, Giacomino ci rallenta. Nel mangiare i cereali son più quelli che butta per terra di quelli che entrano in bocca; latte o acqua sulla tavola almeno un giorno sì e l’altro pure. Poi adesso lui ha freddo e dice <<casa!>>. Por’amore, al nido si diverte da matti, ma l’uscita è troppo repentina: dal calduccio del suo sacco nanna ai quattro gradi del fuori la porta. Ovviamente con etto a palle, perché Tato porta da solo il suo zaino e anche lui vuole il suo zainetto a spalle.

Colazone, vestiti, scarpe, lavaggio di viso e denti. Correre.

Mentre eseguo le operazioni con Giacomo, do le direttive a Marco: lui ha sei anni e fa tutto da solo. A volte qualcosa s’intoppa. A volte mi scordo di preparare la merenda. A volta non si trova il BuBu, senza il quale Giacomo non può uscire, perchè è più fratello di suo fratello, è il suo migliore amico, la sua consolazione. Allora capita che si corra a scuola, per far arrivare Marco prima del suono della campanella, mentre Giacomino urla invocando BuBu; quindi ci si riferma a casa, si riscende, si cerca e si recupera BuBu, si risale in macchina e via al nido. Menomale lì i vincoli orari sono un po’ più blandi. Spoglia il bimbo, toglili le scarpe mentre lui già vorrebbe correre dagli amici, mettiglili gli antiscivolo… via. Libero. Mentre gli altri bambini nicchiano passando dalle braccia di babbo o mamma a quelle della Tata, lui se ne va da solo, padrone degli spazi e amico delle persone e delle cose.

E mamma tira un attimo il fiato.

Un caffè seduta, se non piove, ché se piove l’umore dice di tornare dritta a casa. Pane. Frutta. Si rientra. Anzi, no. Se è bello faccio una camminata. Ho messo su cinque chili in sei mesi. Devo smaltirli. Adesso sono pronta. Posso correre le mie tre ore e mezzo e lavorare a tutto gas. No. La mia scrivania si trova in un angolo poco illuminato: io lavoro più volentieri al tavolo di cucina, lì dove Trippando è nato. Ma lì ci sono ancora i resti della colazione. Riordina, spazza, carica una lavatrice. Corri.

Corri alla scrivania, che poi è il tavolo di cucina e inizia a scrivere, a progettare, a creare, a condividere. Alzo la testa e gli occhi mi si sono incrociati. Alzo la testa perché ho corso abbastanza. Magari adesso c’è una consulenza. O devo andare al bagno. O mi faccio un caffè. O tiro su i letti. O preparo qualcosa per pranzo. Correre.

A volte mi c’entra un’altra full immersion di scrittura, sennò si riparte: Ambrogio in biemmevu, come mi autodefinisco da un mese e mezzo a questa parte. Elementari, perché c’è il vincolo della campanella. Nido. Si rientra tutti e tre.

Potrei tirare il fato.

Marco e io a pranzare, Giacomino a far nanna. Invece no, lui vuol fare meenda, che consiste in un assaggio del nostro pranzo, che in parte finisce in bocca, in parte spiaccicato in ogni dove, mentre fa il buffone per farsi guardare dal fratellone. Nanna. Lo piglio di peso e lo metto nel lettino. Protesta un nanosecondo e poi stamazza addormentato. Fratellone accende la TV: la prima elementare lo devasta, sembra gli sia passato un rullocompressore addosso e io gli concedo il meritato relax. Riapro il computer, sulla tavola che è ridiventata scrivania. E il resto mancia. Quello è il mio tempo rubato. Quello è il mio “in più”. Più l’uno dorme e l’altro sta buono, più io riesco a lavorare.

E poi si riparte. Poi si ricorre. I compiti. I cuscini da non lanciare in aria, ché rompere un vaso è un attimo. Mi metto in mezzo a loro, ma non li argino. Non riesco. Sono dirompenti, trabordano di vita. Distruggono, urlano, sbattono. Sono maschi. Si azzuffano. Devo dividerli; a volte ci scappa un ceffone; un urlo; una bestemmia. <<Mamma, queste parole non si dicono>>. <<Vieni al posto mio, che poi le dici anche tu!>>.

Poi una porta si apre. Quella porta. Entra il babbo. Arriva la pace. Arriva la gioia. Arrivano altre due spalle sulle quali appoggiare il peso di una famiglia divertente. Si corre in due: ci si può permettere di rallentare. Cosa non vedo io, vedi tu. Dove non arrivo io, arrivi tu.

Tornerà anche la primavera. Torneranno i pomeriggi all’aperto e le corse si tarsformeranno in risate. Dai che tra ventidue giorni iniziano ad allungare le giornate. Daiiii!

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