Nel ventre della Sardegna Burgos e il suo castello

Se ci si addentra nel ventre della Sardegna, oltre la valle in cui nasce il fiume Tirso, con lo sguardo a ovest, dove la pianura s’innalza in boschi fitti, spicca aguzza una rupe e su di essa un castello. Con la luce del pomeriggio capita che non se ne percepiscano immediatamente le fattezze, che i contorni siano rarefatti, indefiniti, immersi in un fascio di luce.

Il castello di Burgos, quasi un tutt’uno col picco su cui sorge, come fosse una sua diretta conseguenza, un’esplosione di granito e natura, è per i viaggiatori una sorta di stella polare che indica la direzione e li accompagna, fiera, nel passaggio sotto il suo sguardo.

Prima di raggiungere Burgos è stata d’obbligo una tappa rapidissima a Foresta Anela, ampio altipiano a mille metri d’altitudine, ricco di leccete; alcune zone ospitano esemplari alloctoni di faggio, castagno, cedro dell’Atlante, pino nero e abete.

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Il bosco è un luogo davvero magico e la fretta con la quale l’ho dovuto attraversare mi ha lasciato insoddisfatta, con la chiara sensazione di aver perso angoli di particolare bellezza. Lungo la strada, strettissima, che s’insinua nei meandri più oscuri, dove gli alberi si ergono fitti, cumuli di rocce, appoggiate lì, alcune una sull’altra, ricoperte del soffice manto di muschio d’un verde vivo e luminoso che continua, generoso e impavido, ad avvolgere gli alberi vicini, creando angoli misteriosi e fatati degni delle più belle e antiche fiabe.

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Ed ecco Burgos che si presenta come un miraggio: sempre più vicina, per poi sparire e riapparire allo sguardo, a causa del moltiplicarsi di paesini e del sovrabbondare di chilometri d’asfalto che percorrono generosamente i monti del Goceano. Finalmente, una volta raggiunto l’ennesimo centro abitato, ignara di dove fossi arrivata e speranzosa di essere nel luogo giusto, abbasso il finestrino e chiedo conferma a un signore gentile: Burgos!

E’ un piccolo paese, di circa 1000 abitanti, che sta fortemente soffrendo lo spopolamento. E’ un intricato insieme di vie strettissime, ricche di murales e qualche casa abbandonata, che si arrampicano ripide e spigolose verso il castello, posto sulla sommità del paese e ne costituisce il cuore.

 

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Per capire Burgos e la sua storia è necessario ripercorrere il tempo a ritroso, tornare a quel periodo (827 d.C.) in cui la Sardegna, dopo la dominazione bizantina, si era suddivisa in quattro giudicati (Gallura, Torres, Arborea e Cagliari) governati da principi autonomi, i giudici. Quel periodo in cui la Sardegna era libera e prospera.

Il paese, ci racconta Viviana della Cooperativa Sa Reggia, si dice sia nato, per volere di Mariano IV d’Arborea (padre di Eleonora), esattamente il 16 agosto del 1353, intorno alla fortezza eretta nel 1127 da Gonario, Giudice di Torres. Nella fortezza, inoltre, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza, in prigionia volontaria, Adelasia, ultima giudicessa di Torres.

Burgos era un punto strategico, prossimo ai confini con i giudicati di Gallura e di Arborea. Il castello era inespugnabile poiché costruito in cima al massiccio roccioso e circondato da una triplice cinta muraria di cui ancora se ne conservano i resti, così come dei muri perimetrali e della grande torre, alta oltre 10 metri. Fu progettato da maestranze pisane e aveva un efficiente sistema di raccolta delle acque piovane nel cortile, dove è possibile vedere ancora alcuni pozzi.

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Il castello, grazie a un accordo con l’Università di Sassari, è spesso oggetto di scavi e ricerche, utili per acquisire sempre maggiori informazioni e conferme alle conoscenze che già si hanno.

Il sole tramonta superbamente e io posso goderne i giochi di luce da un luogo privilegiato, felice di non essermi persa alcun particolare.

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Seconda tappa è il museo dei castelli della Sardegna, appena sotto la fortezza, che offre uno spaccato storico e geografico di un aspetto della Sardegna che passa inosservato: quello di un’isola letteralmente disseminata di castelli o dei loro resti che, ai miei occhi, rendono molto affascinate lo scenario di questa Sardegna “inedita” e troppo sconosciuta.

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Il museo, sempre gestito dalla cooperativa Sa Reggia, sorge in una casa padronale a più livelli, rarità per la gran parte delle abitazioni del paese, risalenti all’epoca.

L’economia di Burgos era ed è prevalentemente basata sull’allevamento e sull’agricoltura. Al secondo piano del museo è possibile ammirare un’esposizione di utensili necessari in cucina (per fare pane e formaggio, per esempio), per lavorare i campi, etc.

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All’ultimo piano, Viviana, ci mostra tavolate e scatoloni stracolmi di “uccelli urlatori”, pietre a forma di volatili risalenti al periodo nuragico (alcuni estinti) e che il signor Salvatore Craba di Bono riconosce, raccoglie e dei quali colora becco e occhi con un pennarello, affinché siano rintracciabili da chiunque. Secondo la sua teoria, che spera sia riconosciuta ufficialmente, i nostri antenati nuragici scolpivano le pietre, donando loro forma di uccelli col becco spalancato per urlare agli dei invocazioni e desideri. Posso sceglierne uno per me: è un regalo perché gli uccelli urlatori, assolutamente, non si possono vendere. E quando ringrazio per quello che considero un portafortuna, vengo immediatamente corretta, poiché gli uccelli urlatori son come una cartuccia sparata, hanno già fatto il loro dovere, hanno già chiesto e, forse, esaudito preghiere.

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Dopo questo racconto, curioso e affascinante, saluto Burgos col sorriso, ma anche col forte desiderio di tornare al più presto per conoscere in profondità questa zona di Sardegna ricche di grandi bellezze e particolarità.

Maggiori info su www.sareggia.it e www.uccelliurlatori.it

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