Con Paolo Pugni sul Cammino di Santiago: i pellegrini e gli incontri

Torna il Cammino di Santiago raccontato da Paolo Pugni. Dopo Le Lezioni e Le città del Cammino, è la volta dei Pellegrini e degli Incontri. Come sempre: strepitoso!

Il cammino è incontri. Sulla strada ti mescoli. Non era così affollato il sentiero durante il nostro andare, ma neanche deserto.  Abbiamo incontrato un po’ di persone e, forse per una magia, solo di due conosciamo i nomi. Come se fosse più importante capire che cosa rappresentassero o forse per serbarli sempre incollati su quegli sfondi, come a garantire una vicinanza al ricordo più che al presente. O ancora perché conoscere il nome è conoscere l’anima e questo ci stimola ad andare oltre ai pochi passi fatti insieme, ci ammonisce a cercare di essere davvero vicini alle persone così da guadagnarsi l’onore di conoscere il loro nome.

Appartengono a due famiglie gli incontri e le persone: chi viaggia come te e chi sta ai bordi della strada per offrirti sostegno e aiuto.

Parliamo dei primi oggi,dei pellegrini e di che cosa ci hanno lasciato.

La prima persona che abbiamo incontrato e che ci ha spiegato che cosa voglia dire la cordialità è una signora di Lecco che abbiamo trovato ad un caravan-bar appena sotto il colle delle Antenne, a poco meno di metà della tappa tra Rabanal e Molinaseca, la nostra prima.

Era alla seconda esperienza, aveva ripreso il cammino da prima di Leon, dove s’era fermata l’anno precedente e camminava già da dodici giorni, prevedendone almeno altrettanti per arrivare (e un po’ la domanda: ma che lavoro fanno? ti viene, perché noi a strappare dieci giorni tra Pasqua e ponti abbiamo fatto una fatica e ora tocca star su la notte per recuperare, e lo si fa con piacere…). Aveva i piedi devastati dalle vesciche, ci ha raccontato che la sera prima la signora dell’albergue gliele aveva curate e pulite -e come lo sanno fare loro non lo sa fare nessuno! diceva- e che per questo poteva continuare. Ci ha insegnato la tenacia, la forza della volontà: si va comunque.

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In quel medesimo punto si son fermate tre signore anziane, francesi, per prendere un succo e ripartire: passo corto, zaino leggero, sorriso aperto. Non c’è età per il Cammino: accoglie tutti e a tutti dà una possibilità.

Come alla signora canadese, di Toronto, claudicante, molto anziana, un po’ gobba, piena di voglia di chiacchierare. Ci racconta che viene sul Cammino da 11 anni, non riesce a fare più di 7-8 chilometri alla volta, massimo dieci se si sente bene. Per questo parte da Leon, dove riesce a trovare alloggi alla giusta distanza. Conosce benissimo tutti i posti di ristoro e si preoccupa di dove dormiremo nelle giornate successive. Dice che il cammino la rassicura. Che coraggio e che voglia di superare tutte le difficoltà. Una volontà che batte età e il corpo stesso e si ritaglia soluzioni che possono essere sfide da vincere. Alla faccia della voglia di lamentarsi e piangersi addosso.

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Nel medesimo locale, l’aira do camino di Rosa, incontriamo un aitante cinquantenne di Muggiò. Asciutto, deciso, ruvido. Sono in cassa integrazione, ci dice, invece di star a casa a far niente faccio il Camino mi son detto e son partito. Il gruppo iniziale l’ho seminato subito dopo Roncisvalle, troppo lenti, ma mi sono aggregato a questi ragazzi per strada. Camminiamo insieme da un po’. Ecco uno che sa sconfiggere le difficoltà, che non si crogiola nei rimpianti e nella disperazione, che investe in se stesso per darsi speranza e darla agli altri.

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In senso inverso incrociamo una coppia anziana, sui settanta, che sta tornando indietro dopo essere arrivati a Santiago e Finisterrae.  Fino a casa. A Vienna. A piedi. Sei mesi.

 

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Poi incontri, proprio di fianco all’aeroporto, dove l’illusione di  essere già arrivato é pari a quella di realizzare la foto del secolo: nell’alba che squilla un aereo che s’innalza e sotto la sagoma di un pellegrino, zaino e bastone, che cammina, come ad unire passato e futuro, e invece piove, di aerei non se ne vede traccia e pellegrini con zaino e bastone ancora meno, ecco poi incontri proprio lì un altro canadese, secco come il cassintegrato di Muggiò, retired però, pensionato di Halifax –e ti spiega dove si trova come una vecchia maestra di scuola spiegava al milanese Pierino nell’Italia degli anni Sessanta dove fossero Venezia, Firenze e Roma: con pazienza e rassegnazione- che sta al ventottesimo giorno di marcia il che vuol dire che da SJPDP a lì c’ha impiegato 6 giorni in meno della Guida Michelin e 3 in meno di quella ufficiale. Va come un treno. Chiacchieriamo un po’, mi dice che ha amato molto le celebrazioni della Settimana Santa a Leon –ma quanto corre questo?- e che il Cammino l’ha proprio chiamato.  Poi dopo un cinque minuti di ciacole in inglese –il mio non è niente male, fatemelo dire- alla base di una salita mi saluta “Let me attack the hill” dice, e mi semina prima ancora che possa pensare ad una risposta. Mai più visto.

Non c’è un tempo per fare il cammino, quando chiama devi mollare tutto e partire. Come Eliseo mente ara dietro ai buoi. Non è il primo che ci dice questo.

Non è il primo che ci stupisce per il coraggio.

Anche la signora inglese che aveva voglia di parlare, incontrata sulla soglia dell’Hostales a Les Herreiras de Valcarce, da Josanna. Non era più giovane di noi, anzi. Si era presa 76 giorni per il viaggio. Veniva da Siviglia, aveva percorso uno dei vecchi cammini. Sorridente, coraggiosa.

C’è solo una domanda alla quale non trovi risposta: ma che lavoro fanno? che possibilità hanno? Anche qui il Cammino ti suggerisce una domanda per risponderti: che cosa è veramente importante per te? Quanto ti fidi della Provvidenza? Ognuno ha la sua risposta.

Epica fail ad Herreiras. Dopo aver scaricato gli zaini ci sentiamo così in forza da fare due passi, tre son troppi sia per le gambe sia per il borgo: incrociamo due ragazzi stranieri, cercate l’albergue? Chiedo. Forse troppo deciso. Do l’impressione di saperne più di loro. Mi seguono in salita. È chiuso. Devono rifare la strada e cercarne uno più avanti. Per fortuna lo trovano 100 metri dopo. So quanto costi specie a fine giornata fare 10 passi in più. Glieli ho fatti fare io. Lezione: non spacciarti per esperto, neanche per errore, puoi fare danni.

Incontri quindi sul punto più duro della seconda tappa, quando il coraggio sta iniziando a mollare, quando ti siedi sfinito alla fermata dell’autobus, e in cuore speri che quell’autobus arrivi e ti porti via, che davvero si chiama desiderio, quando lo aspetti arrivano invece due ragazzi –rispetto a noi, almeno- italiani, veneziano lui, bolzanina lei, che stanno camminando da Leon, che sono stanchi ma vogliono tirare diritto e che di fatto si tirano dietro anche noi. Facciamo un pezzo di strada insieme, ci scambiamo fatiche e incoraggiamenti, ci raccontano che la tappa seguente la vogliono fare tosta, arrivare diretti fino a O’Cebreiro senza fermarsi alle sue radici, senza curarsi delle vesciche né dello zaino (dal terzo giorno non lo senti più, hai altro a cui pensare, dice lui. Ed è vero). Poi come sono arrivati, spariscono. Sullo schuss finale, quando ormai sono le ginocchia a portarti insieme alla volontà, e vedi i tetti di Villafranca, lui si ferma per scattare una foto. E restano indietro, risucchiati dal ricordo, non ci prendono più e noi non abbiamo la forza di aspettarli o tornare indietro, solo davanti alla fatica la rabbia di arrivare e sederci, sdraiarci, togliere gli zaini dalle spalle. Chissà che fine hanno fatto…

Ma la vita è così, ti affianchi a qualcuno e cerchi di capirne il perché, quale sia il dono reciproco che dobbiamo farci. Loro a noi hanno donato energia e serenità, chissà che cosa noi abbiamo offerto loro?

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25 thoughts on “Con Paolo Pugni sul Cammino di Santiago: i pellegrini e gli incontri”

  1. […] il Cammino di Santiago di Paolo Pugni e sua moglie Franca. Dopo le lezioni, le città, gli incontri ed i preziosi osti del Cammino, è la volta del tempo. Curiosi? Leggete sotto. Vi affascinerà come […]

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