Da “Tante Cose” a “Buon Tutto”: parole diverse per diverse generazioni

Mi è capitato qualche tempo fa, al telefono col mio babbo, io in viaggio e lui a casa.

Come va, come non va, si parla di cosa faccio, di com’è il tempo, di cosa combinano i bambini e poi, per saluto, mi spara un “tante cose”. Butto giù infastidita.

<<Tante cose. Enrico. Tante cose.>>

Il mi’ marito, giustamente, mi guarda e non capisce.

<<Il mi’ babbo, al telefono, non m’ha mandato un bacio o un abbraccio. M’ha detto “tante coseee”>>

Non sapete quanto c’ho rimuginato, su quel “tante cose”, quanto mi abbia lasciato a bocca aperta, quella frase così tanto demodé che non riuscivo proprio a capirla. Oicché si dice “tante cose” alla tu’ figliola? Mah. Sono arrivata persino a dargli dell’anaffettivo, per quel “tante cose”. Di certo, il mi’ babbo non è uno che mostra i senimenti in pubblico, a parte coi nipoti. Però quel “tante cose”… non m’è andato giù a lungo, finché…

… Finché non mi è capitato di dire qualcosa di analogo: <<Buon tutto>>. L’ho detto ad un’amica che cambiava vita e si trasferiva per lavoro all’estero. Gliel’ho detto pensandolo. Gliel’ho pure detto con un bel po’ di pausa, tra “buon” e “tutto”. Nel mezzo ho pensato: buon cosa? Cosa c’è più che tutto? Buon tutto. Ecco.

E allora mi è tornata in mente quella chiamata di tempo addietro ed ho capito. Ho tradotto. Il “tante cose” post bellico è diventato il “buon tutto” degli anni duemila. È una traduzione con parole moderne. Una trasposizione. Un tempo andava di moda “tante cose”. Adesso “buon tutto”. E io non lo capivo. Sono talmente calata nel qui ed ora, sempre con un occhio che guarda avanti -e, troppo spesso, oltre- per via del mio lavorare online e dover essere sempre aggiornata sulle mode, che in quest’angolo di mondo arrivano sempre con anni di ritardo, che il mio orecchio non è stato in grado di apprezzare il “tante cose” del mio babbo, un uomo dell’anteguerra e tutto d’un pezzo: il suo “tante cose” è identico al mio “buon… tutto”, è l’augurio maggiore che si possa fare ad una persona che si ama.

Siamo troppo individualisti e noicentrici. Più spesso dovremo metterci nei panni e nelle parole degli altri. Nonostante si abiti separati da due rampe di scala, a volte si vive davvero in epoche diverse. Per me, avere i genitori che non frequentano l’internet è un grosso cruccio. In primis perché non leggono mai le mie parole; in realtà, con giornali, radio e tv, loro sanno sempre cosa succede nel mondo, mentre io vedo solo il mio angolino di web, seguo corsi e aggiornamenti anche oltreoceano, ma solo dei temi che mi interessano e sui quali voglio essere aggiornata. E non capisco che “tante cose” vuol dire “buon tutto”.

 

 

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