Il giardino medievale: il giardino d’amore

Il Medioevo, come ci insegnano a scuola, è lungo: oltre mille anni. In questo lasso di tempo convivono gli ultimi imperatori romani e Lorenzo il Magnifico, Carlo Magno e le Crociate, i bizantini e Boccaccio, i papi di Avignone ed Alberto da Giussano.
Normale quindi che in questo lunghissimo periodo, come è evoluta l’arte e la società, così sia mutata anche la concezione del giardino. Uno storico importante definiva come “autunno del medioevo” quel periodo che va all’incirca dall’inizio del Trecento fino alla fine del Quattrocento, quando la civiltà nata all’ombra dei castelli, delle abbazie e dei Comuni va a scomparire. Più o meno in questo periodo nasce e si forma il giardino di corte, definito anche come giardino d’amore.
È il periodo, in arte, del tardo gotico o gotico cortese (cioè nato nelle corti): in Italia ci sono le Signorie dei Visconti, dei Della Scala, dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Bentivoglio; nell’area francese ci sono i duchi di Borgogna e di Berry.

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Già verso la metà del Duecento il santo filosofo e scienziato Alberto Magno, poi proclamato patrono dei cultori di scienze naturali, scriveva nella sua opera De vegetabilibus et plantis (cioè “I vegetali e le piante”) a proposito dei diversi tipi di giardino: “Esistono alcuni luoghi che non servono tanto al bisogno o ad un ricco raccolto, quanto al piacere.”
Alberto Magno definisce questi giardini di piacere viridantia: dalla sua descrizione si capisce che viene accuratamente evitato lo schema rigido delle aiuole geometriche come nei chiostri monastici e che invece si dà profonda attenzione a soddisfare due sensi in particolare, la vista e l’olfatto, utilizzando fiori profumati e colorati.
Rigidamente circondato da mura, il giardino cortese convive con i più tradizionali giardini dei semplici e giardini alberati della tradizione monastica, ma ne è diviso in qualche maniera, solitamente  con piccoli steccati. Cortigiani, dame e musici si incontrano sotto le fronde o sedendosi direttamente sull’erba, magari narrando le gesta di Re Artù: in questo periodo nasce la mitizzazione della cavalleria medievale, e si raccontano le storie del ciclo bretone della Tavola Rotonda oppure le gesta del Cid Campeador. Ci sono voliere con uccellini, coniglietti e fagiani, ed il pergolato ed il padiglione diventano fondamentali: il primo, adornato di tralci rampicanti e di rose, costituisce un passaggio riparato che taglia il giardino mentre il secondo diviene luogo dove riposarsi dopo avere passeggiato.

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I fiori usuali dei giardini monastici rivivono qui con nuovi significati: la rosa ed il giglio, per secoli simboli di Maria, adesso diventano sinonimi della bellezza e della purezza della dama. Nel coevo Roman de la Rose, opera allegorica, il protagonista Amant si sveglia in un mattino di maggio e si addentra in un giardino meraviglioso dove, attraverso lo specchio di Narciso, vede riflessa una rosa, della quale si innamora: il giardino diventa non solo luogo ma anche protagonista della narrazione. L’opera ebbe così tanto successo che diede ispirazione a molteplici pittori ed incisori che lo utilizzarono come tema delle proprie opere.
È proprio tramite le raffinate miniature ed illustrazioni presenti nei libri che noi conosciamo tutto questo mondo che non esiste più, cancellato dal mutamento della società prima ancora che da altre cause. Forse l’ultimo giardino cortese che sopravvisse fu quello di Hesdin, in Borgogna, che Roberto II d’Artois realizzò alla fine del XIII secolo: oltre 140 ettari disseminato di curiosi congegni come automi, giochi d’acqua, specchi deformanti, voliere e fontane. Disabitato e già in rovina, il castello, il giardino e la cittadina limitrofa furono spianati durante un assedio nel 1553.

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