L’India di Paola (parte terza)

Avete letto le prime due parti dell’affascinante racconto dl viaggio di Paola Russo in India? Allora non c’è due senza tre…

Jaipur

Madam ha deciso che non posso lasciare l’India senza vedere Jaipur, ha prenotato per noi una stanza nell’albergo di un suo amico, e ci ha scaraventato sull’autobus delle sei meno un quarto del mattino. Sempre partenze a orari improbabili. Ma ora mi piace svegliarmi che è ancora notte, e assistere come ad un miracolo alla venuta del giorno. Rimango per tutte le sei ore di autobus incollata al finestrino, il deserto mi affascina, ed è la prima volta che il paesaggio circostante si fa vario, con qualche montagna. Delhi è in una sterminata pianura, e le uniche collinette sono quelle dove sorgono la Jama Masjid e Rashtrapati Bhavan[6]. Una pianura che rende più invincibile la sensazione che la città non abbia una fine. Jaipur invece è racchiusa fra montagne, ed è rosa, di un rosa strano e dolce, che si intona alla luce caldissima del giorno. Come tutte le città indiane è caotica, piena di risciò e di persone, caldo e luce, e odori terribili, che scombussolano lo stomaco. Ma lo spettacolo è diverso, la luce più piena, e il senso di stordimento più forte. L’episodio del tassista incapace acuisce il mio nervosismo. Voglio tornare a Delhi, a quello che di conosciuto c’è per me dentro la sua sterminata distesa di contraddizioni. Piano piano però Jaipur mi prende. Il proprietario dell’albergo ci ha affittato una macchina con l’autista, e la prima tappa sono i forti che circondano la città rosa. L’autista corre come un matto per la strada tutta curve, riceve telefonate al cellulare e si deterge il sudore con una piccola tovaglietta colorata, io e G. ci guardiamo un po’ perplessi. Saliamo all’Amber fort a piedi, io ho paura di salire in groppa all’elefante, e G. non insiste, ha imparato a non forzarmi. Il caldo è spaventoso, e per un momento penso di non farcela. E’ pomeriggio presto, altri due ragazzi molto più giovani fanno la stessa scalata, ci guardiamo sorridendoci. Una bambina vende cianfrusaglie, e si sventola con un pezzo slabbrato di cartone. Scimmie giocano fra i bastioni del forte. Le detesto, e ne ho paura. L’ingresso nel forte segna il passaggio ad una dimensione di sconcertante atemporalità. Qui non c’è niente di reale. Ci sediamo sotto una pensilina, il solito gruppo di turisti indiani ci ferma e ci chiede da quale paese veniamo, chiedono a G. se sono sua moglie. Ridiamo, e lui dice -pensano che siamo in viaggio di nozze, a chi verrebbe in mente di venire in India in viaggio di nozze- Sorrido, e dico- a me verrebbe in mente- G. mi guarda come se fossi pazza, ma è ormai abituato alle mie stranezze. Sotto di noi Jaipur muore di caldo e di noia, ma qui l’aria è più rarefatta, e tutto sembra lontano. Penso che salire di notte su questi forti sarebbe bellissimo, che le luci di Jaipur sarebbero commoventi. Il resto della giornata lo trascorriamo parlando di quanto fossero magnifici i forti che abbiamo visitato, e non riusciamo ad appassionarci ad altro. Prima di tornare in albergo l’autista ci porta a vedere il Birla Mandir di Jaipur, un enorme e affusolato tempio indù, tutto bianco. E’ il più bello che abbia visto, si possono anche scattare fotografie all’interno. Mi metto in un angolo per riprenderne le volte affrescate, e una donna mi si para dinanzi all’obiettivo. E’ bella ed elegante, come tutte le donne indiane. Le chiedo se posso fotografarla, mi risponde con entusiasmo, del resto lei aveva già deciso. Si avvicinano altre donne, vestite alla maniera rajasthana, con sari dai colori accesi e sfavillanti, si mettono in posa, sorridenti e luminose. Ci salutiamo alla maniera indiana, con le mani giunte davanti al viso, ed un leggerissimo inchino. Al ritorno, il proprietario dell’albergo ha già organizzato la serata per noi (deve avere lo stesso virus organizzatorio di madam), ci manda in una struttura turistica molto famosa, Choki Dhani, che è la ricostruzione patinata di un villaggio rurale del Rajasthan. C’è un ristorante dove si entra a piedi nudi dopo il lavaggio rituale delle mani. Il pavimento è sabbioso, i tavoli bassi, tanti cuscini sui tappeti di paglia intrecciata. G. non mangia quasi niente, ma si diverte a vedermi mangiare. Dice che sono completamente impazzita per la cucina indiana, e che non mi riprenderò mai più. Anche a casa, quando mangiamo le cose che ci prepara madam (nel periodo in cui G. è a Delhi il suo cuoco è al villaggio per un matrimonio, quindi è lei che cucina), mi guarda stupito, e certe volte mi passa le cose che non riesce a mangiare. Io mangio davvero tutto. E’ stato così da quando sono arrivata. Ho odiato un po’ l’assenza di sapore del riso basmati, ma ho imparato a metterci sopra il dhal, che è una salsa di lenticchie rosse, buonissima e semplice. Quando ho visto per la prima volta il pane azzimo che gli indiani mangiano praticamente sempre, il chapati, ho esclamato in italiano –ma sembra una piadina!- Non è stato facile spiegare a madam che cos’è una piadina. E il chapati è molto più buono della piadina. Io lo mangio con le mani, usandolo all’indiana, come un cucchiaio, per prendere le altre pietanze, in genere salsette, e verdure cotte e speziate. Speziati sono anche i piatti che ci servono nel ristorante rajasthano di Chokhi Dhani: c’è una specie di semolino dolciastro, che si mangia versandovi sopra del burro fuso, ed è molto pesante. Credo che con quel semolino il disgusto di G. per la cucina indiana abbia raggiunto il suo culmine. Io l’ho mangiato, ovviamente. Usciti dal ristorante, ci siamo fermati a guardare alcune ballerine, le gonne larghe e svolazzanti, i gioielli alle caviglie e alle braccia, i movimenti codificati e leggiadri. Una bambina si esibiva in numeri di contorsionismo, seria e un po’ rassegnata. Un dromedario si offriva come sedile per i bambini. Mi sono fermata davanti ad una disegnatrice di mendi[7]. Con l’henné mi ha disegnato sul polso un pavone, ma non è venuto bene. Io avevo già un altro mendi, disegnato con sapienza da una vera professionista, un pomeriggio a Delhi davanti al tempio di Hanuman, la grande dea dal volto di scimmia. Era martedì, che è il giorno sacro di Hanuman, e lo spiazzo davanti al tempio era gremito di venditori di fiori arancione e frutta per le offerte. Volevamo entrare nel tempio, ma ci siamo fatti dissuadere dalla folla e dal fango che riempiva il piazzale. Non ho più visto il tempio di Hanuman. Ora, se voglio ricordare un tempio, ricordo il tempio di Jaipur, tutto quel bianco, e le donne nel mio obiettivo.

Se vi siete persi la prima e la seconda parte del racconto, eccole:

L’India di Paola (parte prima)

L’India di Paola (parte seconda)

About Paola:

Napoletana, quarantenne per sbaglio, eterna ragazza per vocazione. Ha studiato Scienze Politiche e sognato una carriera internazionale, ha fatto tante esperienze di lavoro, anche all’estero, approfittandone per vedere un po’ il mondo. E’ progettista di interventi formativi e di azioni sociali, precaria come molti, in questa epoca incerta. Ama un sacco di cose, ed è curiosa come un gatto (animale prediletto, del resto!). La musica, la lettlettura, la scrittura, il web e le sue innumerevoli possibilità di comunicazione. Le persone, e le loro infinite storie. Il suo compagno. Il suo nipotino nuovo di zecca, bellissimo e riccioluto come lei (grazie sorella!). Viaggia in macchina, preferibilmente. Non ha la passione dell’aereo, ma ogni volta, superato il suo bel panico da decollo, prova un’ebbrezza di gioia, e di libertà. Il racconto sull’India è frutto di un ricordo ormai antico, dell’anno 2001, quando ha vissuto a New Delhi per tre caldissimi mesi, condotta lì da una borsa di studio dell’Istituto per il Commercio Estero. Ci ritornerà, un giorno, e sarà come tornare a casa…

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5 thoughts on “L’India di Paola (parte terza)”

  1. Wow, non vedo l’ora di leggere l’ultimo…

  2. paola russo

    grazie ragazzi, sono molto contenta che vi piaccia! E ringrazio ancora Silvia per averlo voluto pubblicare.

  3. …ed il quarto?
    Pace e bene…

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