Oh, Porto! Con Ovidio Della Croce a Porto sulle orme di Tabucchi e Pereira

Con grande piacere pubblico il racconto di un breve viaggio a Porto fatto dal mio mentore tabucchiano, il professor Ovidio della Croce, proprio nei giorni di Pasqua: Porto sulle tracce di Antonio Tabucchi e dei suoi personaggi, con una coincidenza finale. Buona lettura!

Preso per tempo il biglietto per Oporto costa meno di cento euro. In due ore e mezzo, da Pisa, si arriva al moderno aereoporto Francisco Sa Carneiro, dove si può subito acquistare un abbonamento “andante tour” a 15 euro valido per tre giorni per treni e autobus. In venti minuti di metropolitana si raggiunge il centro. Sono i giorni di Pasqua e si passeggia tra poca gente e poco traffico. Si è subito affascinati dagli azulejos, dalle luci tenui, dai colori pastello degli edifici, da una vecchia donna che stende i panni alla finestra e da una elegante e nobile decadenza in stile inglese.

Seduti su una panchina della Ribeira è il posto ideale per leggere o rileggere La testa perduta di Damasceno Monteiro di Antonio Tabucchi. Leggiamo a p. 89:

“Lo scenario di questa triste, misteriosa e, aggiungeremmo truculenta storia, è la ridente e operosa città di Oporto. Proprio così: la nostra portoghesissima Oporto, dolce città accarezzata da docili collline e solcata dal placido Douro. Vi navigano fin dai tempi più remoti i caratteristici Rabelos carichi di botti di rovere, portando alle cantine delle città il prezioso nettare che, elegantemente imbottigliato, prenderà le vie dei più lontani paesi del mondo, contribuendo alla fama imperitura di uno dei più pregiati vini del globo”.

Tra i luoghi e i monumenti più belli di questa città ci sono i ponti, il Palácio da Bolsa o più precisamente il Palácio da Associação Comercial do Porto, la Torre dos Clérigos, la stazione di São Bento, la Livraria Lello e Irmão, la Casa della Musica e il Centro Portugues de Fotografia. La Chiesa di São Francisco è un luogo obbligatorio per una visita a Oporto. L’esterno è gotico, ma tutta la parte interna è barocca, con le pareti coperte di retablos (pale d’altare) e le colonne fasciate di statue di legno dorate. Si dice che ci vollero più di duecento chili di oro provenienti dal Brasile solo per queste decorazioni. Il prezioso interno della Chiesa di São Francisco si deve agli schiavi neri che furono utilizzati dai portoghesi nelle miniere brasiliane. Di questa Chiesa serbo il ricordo della luce dorata e brasiliana dei decori, della bravura degli artigiani e architetti portoghesi e delle braccia robuste dei minatori africani.

Dopo aver gustato Oporto in lungo e in largo, la domenica di Pasqua abbiamo preso l’iniziativa di andare alla Granja, una delle spiagge care al dottor Pereira. Treno in direzione Espinho in mezzora arriviamo alla piccola stazione e leggiamo il nome scritto con lettere azzurre su piastrelle bianche: GRANJA. Anziché uscire dalla stazione conviene attraversare i due binari e raggiungere l’oceano. Camminare sulla spiaggia della Granja spinti da una bella brezza atlantica e raccogliere qualche conchiglia è quello che ci vuole la domenica di Pasqua. Si passa tra le barche, le reti dei pescatori e i gabbiani. Ci si sdraia sulla sabbia e si guarda l’azzurro tra i petali delle margherite gialle. C’è poca gente, qualcuno del posto, qualche famigliola in gita e pochi turisti. Qualche bambino gioca a pallone sulla spiaggia, ci si chiede: chissà perché non si tolgono i calzini e giocano scalzi. Ci mettiamo a sedere su due comode poltroncine di vimini di una baracchina in riva al mare, mentre consumiamo una spremuta d’arancia e un po’ di pane e formaggio ecco che arriva un sms dall’altro capo del mondo, da Moreton Island, Australia, un’isola tutta di sabbia per la precisione: “Finito di leggere Sostiene Pereira, mi è piaciuto tantissimo. Laura”. Pensiamo alle coincidenze della vita e al niente che le lega.

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