L’olio di oliva DOP in terra Sabina

Vista sulle colline sabine dall'Abbazia di Farfa
Vista sulle colline sabine dall’Abbazia di Farfa

Con l’arrivo del mese di novembre le zone olivicole del Lazio entrano in fermento ed i frantoi vengono preparati per essere pronti ad accogliere i quintali di frutti maturi che si trasformeranno in prezioso oro liquido. Se pensate che nel Lazio l’olio sia meno buono che in Umbria, in Toscana, in Puglia o in Liguria (tanto per citare le zone di produzione più famose a livello nazionale), fate un errore di valutazione. Soprattutto nella zona della Sabina, racchiusa tra Roma e Rieti e confinante con l’Abruzzo e l’Umbria, la produzione dell’olio è tramandata da generazioni ed affonda nella storia più antica. Addirittura c’è chi afferma che la coltivazione dell’olivo  in Sabina risalga a ben prima della nascita della città di Roma (curiosità: le famose “Sabine” del Ratto, che furono rapite per garantire progenie alla città di Roma, di nuova fondazione, abitavano queste terre!).

L’olio D.O.P. della Sabina è un olio certificato dalla Camera di Commercio, Industria, Agricoltura e Artigianato di Roma, di colore dorato con riflessi che tendono al verde erba e dotato di una acidità contenuta (l’olio per avere la DOP non può superare lo 0,60% di acidità). E’ ottenuto dai cultivar di olivi Carboncella, Moraiolo, Rosciola e Leccino più alcuni ceppi di Raja e Olivastrone (fonte: Sabina DOP) che le conferiscono un sapore intenso, fruttato ma al contempo aromatico e trovano qui terreno fertile e clima mite.

Il territorio della Sabina è infatti collinare, aspro e soleggiato ed è particolarmente adatto alla coltivazione dell’olivo e può essere molto piacevole, nei fine settimana di novembre e dicembre – come sempre, in agricoltura, molto dipende dalle condizioni climatiche che dettano i tempi della raccolta –  andare “per frantoi”: in un itinerario che può unire la storia, la scoperta delle eccellenze, la natura e la buona gastronomia. La cucina sabina può contare su ricette tradizionali a cavallo tra la gastronomia umbra e quella laziale: i legumi, gli stringozzi, la carne di maiale e gli insaccati, i formaggi saporiti, le verdure genuine vengono rielaborati secondo antica tradizione o con sorprendenti innovazioni. E non mancano ristorantini o agriturismi dove fermarsi per provarla a costi, tutto sommato, contenuti!

Il Borgo medievale di Farfa e il caratteristico acciottolato

 

Nel nostro percorso autunnale vedremo le colline sabine coperte dalle reti necessarie per raccogliere i preziosi frutti, le scale di legno appoggiate sui rami più robusti degli alberi, uomini e donne affaccendarsi attorno ai tronchi nodosi con i rastrelli (la gran parte della raccolta è ancora fatta a mano per via del terreno scosceso che caratterizza parecchie coltivazioni): la raccolta delle olive mette in azione tutta la famiglia e spesso sono invitati a contribuire amici e pareti, che vengono ricompensati con litri di olio appena franto.

In queste terre il tempo scorre lento, nonostante la Capitale sia a poco più di 60 km, i ritmi diventano più vicini a quelli della natura che non a quelli imposti dall’uomo. Piccoli paesi, simili eppure diversi, ciascuno di loro racchiude l’essenza stessa della terra sabina: accoglienza, generosità, ricchezza di spirito.

Sabina Chiesa di Santa Vittoria
La Chiesa di Santa Vittoria a Monteleone Sabino

Se Fara Sabina è uno dei maggiori centri di produzione dell’olio, Monteleone Sabino risalta con la splendida Chiesa di Santa Vittoria incastonata in una valletta, Nerola con il Castello degli Orsini domina dall’alto le valli e ancor più su, oltre Rieti e quasi al confine con l’Umbria, il piccolo paese di Cottanello vi affascinerà con le sue strette strade acciottolate, dove le auto sono bandite.

Chiesa di Santa Vittoria - Monteleone Sabino - il Campanile
Il Campanile della Chiesa di Santa Vittoria, a Monteleone Sabino

Nell’ipotetico itinerario alla scoperta del territorio sabino seguite la via Salaria e fatevi incuriosire dalle tante indicazioni stradali: non è necessario avere un itinerario prestabilito, perché ovunque troverete panorami da togliere il fiato, antiche chiese e palazzi nobili. Ma c’è una meta che dovete assolutamente inserire nel percorso: la splendida Abbazia romanica benedettina di Farfa. Centro culturale, di potere e studiorum, con i suoi codici miniati e la sua biblioteca (che si può visitare in orari predefiniti) preservò il sapere e la conoscenza nei secoli bui del medioevo. Caratteristico anche il borghetto che le sorge accanto e dove, ogni prima domenica del mese, si svolge un simpatico mercatino dell’antiquariato e del brocantage. Sempre a Farfa è aperta l’Oleoteca regionale, una mostra espositiva dedicata all’olio. E non perdetevi i biscotti del forno, che son buonissimi!

Abbazia benedettina di Farfa
L’Abbazia di Farfa

Se poi avete tempo, da Fara Sabina fate una deviazione fino a Canneto Sabino per vedere l’olivo millenario (pare che abbia oltre 2000 anni: se penso che era già prospero al tempo in cui Gesù vedeva la luce a Nazareth, mi vengono i brividi…), alto oltre 15 metri (come una casa di 4 piani, in pratica!) e con il tronco ampio oltre 7 metri di circonferenza: un vero gigante della natura!

Fermatevi poi ai frantoi, chiedete di vedere il processo produttivo, assaggiate un filo di olio nuovo su una fetta di pane tostato (la mitica “bruschetta”) e se – come immagino – vi sembrerà incredibilmente buono, acquistatene qualche litro, sarà il souvenir più intelligente e durante l’invero vi farà riassaporare i profumi ed il gusto di questa terra.

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7 thoughts on “L’olio di oliva DOP in terra Sabina”

  1. Nel nome di questa cittadina della Bassa Sabina sono racchiuse le sue origini e la sua storia. Poggio Mirteto, difatti, sorge sulla sommità di una collina, un poggio per l’appunto, dal quale i fondatori del paese dominavano la vallata ed il territorio circostante.La campagna, allora come oggi, era caratterizzata dalla presenza di un arbusto sempreverde modesto e gentile, dalla fioritura bianca non appariscente, che segna precocemente l’arrivo della stagione primaverile: il Mirto.Poggio Mirteto nasce oltre che geograficamente, storicamente alla confluenza della civiltà italica con quella romana. Roma, aveva molti motivi per guardare con interesse queste terre ricche e generose, ben popolate ed economicamente autosufficienti.Nel corso degli anni si moltiplicarono gli incontri e gli scontri fra genti romane e genti sabine, come testimoniano le leggende che affiancano la storiografia ufficiale e che narrano di un intreccio profondo tra i due popoli, nel bene e nel male, fecondo e portatore di sviluppo.”Il Ratto delle Sabine” forse tra tutte è la leggenda che meglio simboleggia quanto questi popoli fossero indispensabili e complementari l’uno all’altro.Numerose ville rustiche antiche fattorie dell’epoca furono costruite in Sabina, divenne il naturale approdo, il serbatoio dal quale attingere elementi umani e ricchezze naturali.

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