Team Building tra fratelli: la potenza dei campi estivi

C’è chi li chiama campi solari. Chi campi estivi. Sono tutti brutti nomi, a mio parere. Nomi che non rendono giustizia e merito a dei momenti di aggregazione fantastici.

Quando io ero bambina c’erano le colonie. Ce n’era una giusto accanto all’albergo dove andavo al mare con la mi’ mamma, ogni estate, a Tonfano. Guardavo quei gruppi di bambini spensierati con una grande invidia: loro erano in compagnia, loro si divertivano. Io ero con la mi’ mamma. E chi la conosce sa quanto ci si possa divertire insieme. Io avevo orari obbligati, amici che non riuscivo a trovare, avevo lei che dalle due alle quattro, cascasse il mondo, si sdraiava sul letto e dormiva. Io potevo far quel che volevo. Chiusa con lei ronfante in dieci metri quadri, lei che ad ogni occasione diceva: <<Poverini quei bimbi, non sono mica tutti fortunati come te, che hai la mamma maestra che sta con te tutta l’estate>>.

Poverina mi sembrava d’essere a me e a volte credo pure di averlo proposto, di andare alle colonie. Ma le colonie erano per quelli “poverini” e io ero quella “fortunata”…

Anch’io fino a una settimana fa, non avevo mai mandato i miei bimbi ai campi solari: quando Marco era figlio unico la gestione, con l’aiuto dei nonni, era quasi una passeggiata. Poi c’è stata la gravidanza di Giacomo, il congedo di maternità, lo scorso anno a metà tra l’essere libera e l’aprire una partita iva in piena estate. I bimbi sono sempre stati con me. Ma. Ma c’è sempre un ma. C’è un lavoro che mi è sfuggito di mano e che non riesco più a gestire quando loro dormono. Un lavoro è una roba seria e una partita iva richiede un senso di responsabilità importante, perché anche se il mio obiettivo, un anno fa, era quello di “farci un part time”, adesso le richieste sono (fortunatamente) tante, le mie idee di più (e solo l’organizzazione del Blogging Camp un po’ di tempo se lo prende!) ed io ho bisogno di lavorare a pieno ritmo anche di luglio. E forse anche dopo ferragosto.

Dunque i bimbi vanno ai campi estivi. Non vi dico il magone per cercare il meglio del meglio che la piana pisana possa offrire. Non vi dico il patibolo, ché qui abbiamo il ponte che ci collega alla città chiuso, gli altri due ponti intasati… insomma, da Vecchiano quest’estate siamo signori solo se si va in Versilia, che adesso ci hanno aperto una rotonda da paura. Ma no. Noi dobbiamo restare nell’entroterra, perché io devo lavorare. A casa o, al massimo, al coworking a Pisa. Sul consorte non si può fare affidamento, che lui al lavoro arriva giusto giusto se parte entro le sette e mezzo. E chi ce li piglia, i figlioli, a luglio, alle sette, ammesso che ci si faccia a buttarli giù dal letto?

Avevo già fatto un piano strategico che mi portava via un’ora ma secondo me era l’ideale: Toparco al CUS, Topacomino ai campi estivi del Nest Baby e io a lavorare al Nest2hub. Perfetto. Perfetto senza fare i conti col Toparco, che si è opposto in ogni modo. E siccome per il CUS serviva l’elettrocardiogramma e il certificato della dottoressa, niente ECG. Non c’è stato verso di convircelo, né io né mio suocero, che mi è accorso in aiuto con una rara calma.

<<Mamma, voglio andare ai campi solari con Giacomo. Voglio stare col mi’ fratello>>.

Oioi. Il mi’ figliolo Marco che fa queste dichiarazioni è poco credibile, ma ho dovuto cedere, perché non avevo alternative.

<<Ok. Andate tutti e due al Centro Attivo: prendono bimbi dai 3 ai 7 anni e ci rientrate tutti e due. Io faccio meno strada e voi state insieme. Poi, Marco, se ti annoi perché tutti son più piccini di te, la prossima settimana si cambia>>.

La prossima settimana è attualmente in corso e loro sono tutti e due ancora lì. Li lascio la mattina con Giacomo che mi bacia sulle labbra come faceva al nido e Marco mi saluta con la mano: lui mantiene le distanze, poi prende per mano il fratellino e lo porta alla porta a vetri da dove mi vedono uscire. Se lo mette davanti, il fratellino. Con una mano mi salutano (Giacomo mi tira anche i baci) e con l’altra stanno uniti. Sono fratelli. Sono figli della stessa mamma. Li ritiro prima delle quattro: Giacomo ha dormito, ma ha scoperto che i bimbi grandi non dormono più. Una volta ha voluto sperimentare l’ebrezza dello star sveglio dopo pranzo. La sera si è addormentato prima di cena sul divano, guardando i cartoni, dopo aver fatto la doccia. Marco lo trovo che gioca o fa dei disegni: in quest’ultimo caso devo aspettare che abbia finito l’opera, perché non vuole lasciarla a mezzo. Mi racconta cos’hanno fatto: cos’ha fatto lui e cos’ha fatto il su’ fratello, perché piccoli e grandi hanno programmi in parte diversi. Lui si prende cura del fratellino, è il suo referente. Dice alle maestre quando Giacomo deve andare in bagno o se Giacomo ha sete.

E poi, mangiano accanto. Mi hanno raccontato le maestre che il primo giorno hanno chiesto di mangiare accanto, “perché siamo fratelli”, ha detto Marco.

Sono estremamente contenta e anche un po’ commossa. Li vedo più fratelli, adesso. Li vedo più uniti, più sodali, giocano di più insieme ed hanno una complicità che nemmeno in viaggio o in vacanza avevano mai avuto.

Hanno scelto loro. Ha scelto Marco per sé e il su’ fratello. Maliziosamente avevo pensato che avesse scelto di andare insieme per paura che lasciassi lui ai campi estivi e il su’ fratello poi lo portassi a casa. O al mare. No, ragazzi miei, mamma c’ha da lavorare e voi state diventando grandi. E state, davvero, diventando fratelli. E allora questo lavoro che io tanto amo dobbiamo davvero ringraziarlo tutti, ché vi ha fatto diventare fratelli e complici. Vi amo, bellidimamma!

 

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