Il mio viaggio a Sarajevo: al confine tra storia e realtà

C’è una città di cui ti innamori ancor prima di arrivarci. Una città che ti rapisce e che ti fa pensare. Quella città è Sarajevo. Tante volte ho iniziato, col pensiero, a scrivere qualche frase. Poi ho letto l’articolo di Giancarlo. La sua Sarajevo. E le mie mani hanno cercato la tastiera. Eccomi qui. Le sensazioni che mi hanno accompagnato durante la visita di Sarajevo si sono finalmente dipanate ed io riesco a scriverne.

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Sarajevo è stata la meta centrale e culminante del nostro viaggio attraverso Balcani occidentali. Mezz’ora prima sei nel mezzo di un altipiano a più di 1200 metri sul livello del mare. Mezz’ora dopo sei lì, nella capitale di un piccolo e nuovo Stato. In una città che è stata tristemente protagonista della storia del ‘900 dall’inizio alla fine. Una città che non ti aspetti, nonostante tu abbia letto tanto su di lei. Una città che raccoglie, che unisce. Una città in cui adesso convivono 4 religioni. Una città serena, colorata. Dalla fine dell’assedio Sarajevo si è rimessa in piedi. Le ferite della guerra ci sono e sono ancora ben evidenti: i cimiteri, le famose rose, le iscrizioni sui muri. E poi qualche edificio ancora sbranato. E i rimbalzi delle granate nei muri.

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A Sarajevo la storia parla da sola. Sono gli edifici stessi che parlano. Basta lasciarsi trasportare dal flusso delle emozioni. Non so cosa succeda agli altri. Per me girare per Sarajevo è stato difficile. Difficile mentalmente. Sarjevo è una città così vivace e vitale che sembra impossibile le sia successo quel brutto assedio solo vent’anni fa. A tratti mi perdevo nella parte turca, passeggiando, mercanteggiando. Poi sentivo una sorta di sveglia interna in cui ritornavo a pensare. A Sarajevo come la vedevamo in televisione vent’anni fa. Allora mi azzittivo per un po’. Cercando di pregare, cercando di pensare. Perché per una visita di Sarajevo bisogna mettere in conto il tempo per riflettere. Sarajevo non è, per me e secondo me, una città da vivere a cuor leggero. Sono ancora aperte le sue ferite, nonostante le lunghe gonne colorate delle sue giovani abitanti. Dev’essere la reazione alla guerra. Più volte ho notato in questa città colori e spensieratezza. Riflettendoci, sono un ottimo antidoto alle guerre.

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In queste mie riflessioni mi è stato di grande aiuto Vedran, la nostra guida che ci ha accompagnati sia in giro per il centro storico che in periferia, al tunnel, nella “Repubblica Serba”. Di quel che ho visto, vi racconterò presto, ora che sono riuscita a liberare i sentimenti e a raccontare cosa ho sentito. Con Vedran sono stata, forse, invadente. Sicuramente lo sono stata. A lui che l’ha vissuto ho chiesto dell’assedio. Di come si viveva a Sarajevo in quel periodo. Gli ho chiesto della guerra, della pace, della vita prima e dopo quei quasi quattro anni di assedio. Gli ho chiesto per capire io, non per raccontare. Credo che la vita delle persone in condizioni particolari come una guerra sia un fatto estremamente privato. Ringrazio Vedran per essersi, tra una battuta e l’altra, aperto con me ed Enrico su fatti seri ed importanti. I suoi ricordi ed i suoi racconti privati non li leggerete su questo blog. Resteranno con noi e, sono convinta, davanti che ad una Sarajevcko Pivo o ad una caffè bosniaco potrà raccontarli anche a voi.

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Forse quando ritornerò a Sarajevo riuscirò a godermela con maggiore leggerezza. Stavolta no. Stavolta è andata così. Anche se all’epoca dell’essedio io ero in età da liceo, in me c’è uno Schuld Gefuehl, un senso di colpa per non aver potuto far nulla. Per aver assistito ad una guerra in televisione come si guarda un telefilm.

Il mio primo viaggio a Sarajevo l’ho vissuto un po’ come l’andare ad un funerale. Un funerale collettivo delle migliaia di persone che hanno difeso la propria libertà ed indipendenza. Un funerale di amici. Mi è sembrato doveroso rendere loro omaggio.

Adesso non vedo l’ora di ritornarci. Per perdermi nei vicoli pervasi dai profumi delle griglie sempre accese. Per gioire di questa meraviglia. Per dare e ricevere da Sarajevo la gioia e la vitalità che hanno trasformato le pietre in farfalle

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27 thoughts on “Il mio viaggio a Sarajevo: al confine tra storia e realtà”

  1. Trasformare le pietre in farfalle… ho i brividi…

  2. […] Un viaggio a Sarajevo ti cambia la vita, ti fa pensare. Pare impossibile che questa città sia stata teatro di una guerra tremenda solo pochissimi anni fa. Una guerra delle peggiori: una guerra intestina, tra fratelli. […]

  3. Mi trovo adesso a Sarajevo e non posso che concordare con ogni tua parola. Questa città lascia il segno.

    1. trippando

      Che bello leggere le tue parole, Giulia! Abbracciami Sarajevo!

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