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Il picnic non è mangiare sull'erba. È uno stato d'animo

Qualche giorno fa mi ha contattato la redazione di Rai Radio 1 per invitarmi a parlare di picnic in vista della giornata mondiale del picnic, il 18 giugno. Proprio il 18 giugno di 5 anni fa è uscito Giro d'Italia in 70 Picnic, il libro che ho ideato, co-scritto e curato, che mi ha regalato storie e fatto conoscere, di persona o virtualmente, persone appassionate di viaggi e "girate" e che ancora oggi continua a regalarmi incontri, conversazioni e nuove riflessioni sul modo in cui viviamo il tempo libero e il viaggio.

Quando mi hanno chiamata, la prima domanda che mi sono fatta è stata semplice: Ma davvero, dopo tutto questo tempo, qualcuno ha ancora voglia di parlare di picnic?

Poi ci ho pensato meglio. E forse il motivo è che il picnic non è mai stato davvero un pranzo sull'erba.

Il picnic è uno stato d'animo.

È avere sempre uno spazzolino da denti nello zaino, pronti a partire. Da bambina guardavo una trasmissione televisiva in cui si ripeteva spesso una frase che mi è rimasta impressa per tutta la vita: "Ricordati di portare lo spazzolino da denti." L'idea era semplice: da un momento all'altro poteva capitarti un'avventura.

Ecco, per me il picnic è sempre stato questo: la disponibilità a uscire dalla routine, concedersi una parentesi, interrompere la normalità, trasformare una giornata qualsiasi in qualcosa da ricordare.

Negli ultimi anni, però, il picnic è cambiato.

Quando abbiamo scritto Giro d'Italia in 70 Picnic, appena (quasi) usciti dal Covid, raccontavamo soprattutto luoghi. Prati, parchi, colline, spiagge dove fermarsi e organizzare un pranzo all'aria aperta. Sio parlava del picnic che avevamo conosciuto da bambini: una coperta, un cestino, qualcosa preparato da casa e magari qualche specialità da condividere con gli amici.

Oggi sempre più spesso il picnic è diventato un'esperienza: le cantine organizzano picnic tra i filari, le aziende agricole tra gli ulivi o nei campi di lavanda, con allestimenti curati nei minimi dettagli. Si arriva e si trova già tutto pronto: il cestino, il menù, la mise en place, perfino l'angolo perfetto per la fotografia.

Non c'è nulla di sbagliato in questo, anzi, molte di queste esperienze sono bellissime e permettono di vivere luoghi straordinari.

Eppure ogni tanto mi torna in mente il picnic di una volta, quello in cui ciascuno portava qualcosa da condividere. La torta salata della nonna, l'insalata di riso preparata la mattina, la bottiglia tenuta al fresco fino all'ultimo momento. Era tutto più disordinato, meno fotogenico e forse anche meno perfetto, ma aveva una cosa che ancora oggi considero preziosa: l'imprevisto.

Mi torna spesso in mente anche Londra: per molti inglesi il picnic non è un evento speciale, ma una consuetudine quotidiana.

Quando sono andata coi bambini, alloggiando vicino a un grande parco, ho osservato, nelle giornate non piovose, impiegati e professionisti uscire dagli uffici durante la pausa pranzo, togliersi la giacca, allentare la cravatta e sedersi sull'erba con qualcosa di semplice comprato poco prima. Spesso un panino, un'insalata o un pranzo preso da Pret a Manger. Niente allestimenti, nessuna tovaglia apparecchiata, niente cestini da catalogo. Solo il desiderio di stare all'aria aperta per un'ora.

Mi ha sempre colpito questa semplicità, forse perché noi italiani siamo abituati a considerare il picnic come una piccola festa, una gita, un'occasione speciale. Lì, invece, era semplicemente un modo diverso di vivere la quotidianità.

E in fondo credo che il significato più autentico del picnic sia proprio questo: concedersi una pausa, prendere fiato, ricordarsi che esiste qualcosa oltre agli impegni e alle scadenze.

Durante il lockdown, in una Pasquetta strana e malinconica, in piena crisi matrimoniale, facemmo un picnic nel giardino di casa con i bimbi. Nessun panorama straordinario, nessun viaggio. Eppure per qualche ora il picnic ci ha portati altrove. Perché il picnic non dipende dal luogo. Dipende dallo sguardo.

Forse è questo che mi ha insegnato scrivere Giro d'Italia in 70 Picnic, che non servono grandi fughe per sentirsi in viaggio. A volte bastano una coperta, qualcuno con cui stare bene, un panino, un prato.

Oppure semplicemente la decisione di fermarsi, perché il picnic non è un luogo, un cestino o una moda.

Un picnic è il permesso che ci diamo di uscire, anche solo per un momento, dalla vita di tutti i giorni.

Silvia Ceriegi

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