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New York, il mio regalo per i quarant'anni... rimandato...

Ci sono dei mantra che ti ripeti da anni. Poi bastano cinque minuti per cambiare idea. È stranissimo: io non ho mai avuto il sogno americano, inteso come gli Stati Uniti d'America. Ho sempre desiderato visitare l'America del sud: mi ero anche studiata un bell'itinerario, tra Argentina e Cile, fino alla Terra del Fuoco. Poi sono rimasta incinta di Marco ed i viaggi lunghi sono andati in cavalleria. La nostra idea era quella di fare un secondo figlio a breve distanza, in modo, poi, da poter riprendere a viaggiare. Invece Marco ci sembrava monello (e non lo era affatto, credetemi, se paragonato al suo fratello!) e noi abbiamo aspettato quattro anni prima di deciderci a fare un secondo bimbo. In pratica, quando con Marco saremo stati pronti per iniziare a fare qualche bel viaggio, è arrivato Giacomo. E allora di nuovo stop o quasi.

Vedo alcune famiglie che riescono comunque a fare grandi viaggi anche con figli molto piccoli. Non li invidio per niente, sono sincera, perché con la vivacità dei miei bimbi sarebbe impossibile, impensabile, improponibile.

Però. Però io a gennaio compio 40 anni (preparatevi, perché da ora a gennaio questi 40 torneranno varie volte...) ed è più o meno da quando è nato anche Giacomo che mi è magicamente venuta voglia d'America e dico che per i quarant'anni voglio andare negli USA. Conoscendo sempre più il piccolo di casa, sono pian piano passata dall'idea di un on the road a quella di una decina di giorni a New York. Però.

Però è bastato un pomeriggio per farmi cambiare idea. È successo a Budapest e voglio condividere questa decisione con voi perché credo che molti genitori vedono altri genitori viaggiare, anche facendo viaggi importanti e pensano di poterlo fare anche loro. Oppure si sentono dei falliti perché si rendono conto che con i loro figli certi viaggi sono impossibili. Il nostro primo pomeriggio a Budapest è stato a dir poco tempestoso: dopo un'ora e mezzo di aereo, che per Giacomo è stata la prima volta e per Marco era come se lo fosse, perché non si ricordava delle volte precedenti, abbiamo dovuto aspettare il nostro bus (servizio mini Bud, che per noi è stato perssimo!) oltre un'ora e mezzo. All'inizio c'era da far merenda; poi il consorte si è messo a far fare ai ragazzi i giretti a cavalcioni dei trolley e poi... poi questi due sono diventati ingestibili. Annoiati, arrabbiati, agitati. Non sapevamo più cosa inventar loro, perchè pure noi non sapevamo quando sarebbe arrivato questo pulmino e pure noi eravamo assai arrabbiati. Ce l'abbiamo fatta; il miniBud è arrivato e ci ha condotti al nostro appartamento. Il tempo di posare i bagagli e siamo riscesi giù, alla ricerca di un posto dove andare a cena. Giacomo, che non vuole star legato su passeggino, scende e risale a piacimento. Noi dobbiamo ancora capire le zone pedonali e quelle trafficate, io ho addosso la stanchezza del volo (perché fo la blogger e scrivo per lo più di viaggi, ma soffro di mal d'aria) e tutti sentiamo lo stress accumulato durante quell'ora e mezzo in aeroporto, che con questi due tipetti è stata interminabile. Marco, ogni volta che Giacomo scende dal passeggino, ci sale su lui e vuole farsi trasportare. Ventisette chili di figliolo. Nel frattempo Giacomo si butta per terra: né passeggino, né mano a un genitore; vuole camminare da solo, sdraiarsi sul marciapiede, correre. E di nuovo da capo. O in ordine sparso.

No, New York deve aspettarci ancora qualche anno. E noi (io, soprattutto!) dobbiamo aspettare la Grande Mela. Il mio sogno americano, cresciuto in questi ultimissimi anni, ha caricato sul viaggio a New York talmente tante aspettative che non posso farmele rovinare dalle monellate di questi due. Dobbiamo procrastinare ancora un po'. Magari sarà solo un altro anno o forse ce ne vorranno di più, ma io devo attendere che i miei toparchi siano diventati due topi tranquilli. Lo diventeranno mai?

Il sogno americano si allontana un po', ma intanto io raccolgo informazioni, come la necessità della richiesta ESTA per Stati Uniti, indispensabile per entrare negli Stati Uniti. E studio percorsi e luoghi che nella mia mente sono già degli indispensabili di viaggio. Una cosa è certa: più tempo dovrò aspettare per il mio viaggio a New York, più tempo starò nella Grande Mela, perché ogni giorno leggo di nuovi posti che voglio vedere, perché da quando mi è venuta la voglia di New Yprk, mi sembra che tutto mi parli di Lei: libri, film, articoli di blog e di giornali.

Questa città mi chiama ed io arriverò. Più vecchia, ma arriverò. E sarà, comunque, il mio regalo per  quarant'anni!

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