Rimini: oltre due millenni di storia

Rimini è tante cose.
E non potrebbe essere altrimenti, parlando di una città che ha quasi duemilatrecento anni.
Eppure a dire Rimini si pensa istintivamente alle spiagge, al divertimento sfrenato, a tanti brutti film di sapore balneare, ad alberghi grandi e piccoli affacciati sulla spiaggia, a discoteche e locali.
Il che è vero, indubbiamente, ma Rimini non è solo questo.
Ospiti dell’Hotel San Salvador di Igea Marina, a me e ad altri blogger è stata data la possibilità di scoprire quante tracce e segni la storia ha lasciato in questa città e per farlo, con la nostra guida Cristiano, siamo partiti dai tempi degli antichi romani, dai tempi della colonia di Ariminum in cui Giulio Cesare pronunziò l’epica frase Alea acta est.

Benvenuti ad Ariminum!
Benvenuti ad Ariminum!

Ancora oggi uno degli accessi alla città è il marmoreo ponte di Augusto, lungo oltre 70 metri, iniziato a costruire dall’imperatore esattamente 2000 anni fa. Le sue arcate bianche hanno visto passare su quest’ultimo tratto della via Emilia generazioni di soldati, pescatori, riminesi, viaggiatori e turisti. Si tratta infatti di uno dei pochissimi ponti di epoca romana ancora perfettamente integro e funzionante, ingresso nobile e storico a questa città millenaria.
Se poi vi affacciate alle sue spallette marmoree potreste vedere qualcosa che non torna: da un lato sembra scorrere un fiume, come è normale quando c’è un ponte, dall’altro invece c’è un parco. Questo perchè il fiume Marecchia, che costeggiava Rimini, è stato deviato negli Anni Quaranta per evitare esondazioni. Così oggi il ponte romano, vecchio di due millenni, è in piedi integro, mentre il fiume, spostato di un chilometro, non c’è più. L’acqua che vediamo sotto le arcate è solo l’acqua del mare che risale pigra l’antica foce del Marecchia.
Lasciandololo alle spalle, camminando lungo quello che è il tratto finale della via Emilia, c’è l’ex Cinema Fulgor: qui Fellini conobbe il magico mondo della Settima Arte di cui sarebbe diventato uno dei più grandi esponenti e qui, si spera presto, ci sarà il museo a lui dedicato.

Piazza Cavour: il teatro ed il Palazzo del Podestà
Piazza Cavour: il teatro ed il Palazzo del Podestà

Poco distante c’è piazza Cavour, il grande spazio fulcro della vita pubblica nei secoli in cui Rimini era un Libero Comune: Qui sono racchiusi secoli di potere e cultura. Vi si affacciano il Palazzo dell’Arengo ed il Palazzo del Podestà, luoghi delle più alte magistrature medievali, ricostruiti non proprio fedelmente dopo un terremoto nel 1916; il teatro ottocentesco, simbolo della vita culturale nel Risorgimento, di cui oggi resta intatta la facciata, dopo i bombardamenti della guerra; la Peschieria Nuova, mercato del pesce voluto dal governo pontificio.
In mezzo a tanta storia c’è una statua bronzea, un signore barbuto e severo con una mano alzata. Sarebbe ed è Papa Paolo V, ma non per tutti. Trattandosi di un Papa, è rappresentato benedicente e con la tiara sul capo: all’arrivo dei giacobini francesi i riminesi, temendo che per spregio questi fondessero il monumento, pensarono bene di camuffarlo, trasformandolo in San Gaudenzo patrono della città. Lo scherzo riuscì, ma caduto Napoleone si dimenticarono di riportarlo allo stato originario. Solo nel 1940 la statua perse i connotati del santo per tornare a quelli originale, da pontefice; peccato che i vecchi, ancora oggi, pensano e sostengono che si tratti di San Gaudenzo!

Vieni al bar della Pigna!
Vieni al bar della Pigna!

E se siete a Rimini e qualcuno via offre qualcosa da bere dal bar della Pigna sappiate che vi sta prendendo in giro: è l’acqua che sgorga dalla fontana in mezzo alla piazza, per secoli l’unica della città. Bella fresca e buona, comunque: io l’ho bevuta.
Dalla piazza medievale in breve siamo arrivati a Piazza Tre Martiri, antico Foro all’epoca romana: oggi prende il nome da tre partigiani che furono impiccati durante l’occupazione tedesca. Un cippo ricorda che da qui Giulio Cesare, dopo avere varcato il Rubicone, avrebbe arringato i suoi legionari a marciare su Roma. Per questo un paio di millenni dopo un altro uomo che aveva marciato su Roma, e che come Cesare finì male, regalò alla città una statua bronzea del condottiero, oggi un po’ nascosta in un angolo. A tanta gloria e tanta storia io ho preferito il piccolo ed aggraziato tempietto votivo dedicato Sant’Antonio, che nella piazza la tradizione vuole abbia compiuto un miracolo: il leggero e minuscolo oratorio dalle forme rinascimentali quasi sembra piazzato per scherzo nel mezzo di questa piazza.
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Da quello che era il Foro, dove si incrociavano il cardo ed il decumano, dista pochissimo uno dei simboli della città, l’arco di Augusto: ecco il punto in cui terminava la via Emilia ed iniziava la via Flaminia, che conduce a Roma. Era una delle antiche porte d’accesso alla città e se oggi lo vediamo solitario in mezzo ad un grande slargo è solo perché negli Anni Trenta le case addossate e le mura civiche furono buttate giù perché apparisse ancora più monumentale. Oggi una cosa del genere sarebbe considerata uno scempio, ma forse gli evitò di essere distrutto a cannonate quando gli Alleati conquistarono la città nel 1944.
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L’arco romano con le merlature medievali e la piazza novecentesca racchiudono quasi tutta la storia di Rimini. Manca solo il Rinascimento, epoca in cui la città, sotto il governo dei Malatesta, fu uno splendente polo culturale.
A nemmeno cento metri da Piazza Tre Martiri c’è il Tempio Malatestiano, una delle più alte testimonianza dell’architettura di Leon Battista Alberti e di tutto il Quattrocento. In origine chiesa gotica, Sigismondo Malatesta volle che diventasse pantheon dinastico ed emblema del suo potere su Rimini e questa parte di Romagna.
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Sebbene incompleto nella facciata, che si va ad ispirare agli archi di trionfo d’epoca romana, ed in parte danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale, il Tempio Malatestiano incanta, abbaglia e stupisce per la severa semplicità delle forme coniugata all’esuberanza delle decorazioni di stile, tema e genere classico. Si tratta di un unicum nella storia dell’architettura e dell’arte, un desiderio di supremazia culturale incompiuto, un delicato scrigno che racchiude dentro sé opere di Giotto, Piero della Francesca, Matteo de’ Pasti ed Agostino di Duccio.
Ancora convinti di “Rimini: giusto spiagge e locali” ?

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