Cara Lufthansa – lettera aperta dopo il disastro dell’A320 Germanwings

Abbiate pietà. Sono una donna incinta. A riposo dal lavoro per problematiche della gravidanza. Pranzo a casa dei miei, dove i tiggì sono sempre in sottofondo ed il Corriere della Sera onnipresente. Se fossi all’interno del mio trantran lavoro-famiglia-blog sarebbe diverso. Forse. Invece ho tempo per pensare e dopo quasi quattro anni di Trippando mi viene naturale ragionare con le dita sulla tastiera. Ché sennò mi intristisco, empatizzo e mi sfogo piangendo. Se fossi all’interno del mio trantran forse il disastro dell’A320 della Germanwings mi avrebbe lasciato più distaccata. Meno coinvolta.

Invece lo sento dentro. Lo sento mio. Lo scrivevo ieri: il fatto che ci fosse un gruppo di studenti in scambio culturale su quell’airbus per me ha fatto la differenza. Lo scrivevo ieri: ai tempi del liceo ho volato tante volte con Lufthansa, la madre-padrona di Germanwings. Lo scrivevo ieri: ho volato sempre tranquilla e sicura nonostante il mal d’aria. I panini al salmone della Lufthansa mi hanno sempre confortato. Le sale d’attesa, negli aeroporti tedeschi, dedicate ai clienti della compagnia nazionale, mi hanno sempre dato un senso di sicurezza, così come quei sedili grigini degli aerei. Impeccabili.

Lufthansa_NEK_A321

E invece proprio Lufthansa. Proprio Lufthansa non si è accorta di avere nel suo staff un co-pilota con problemi di depressione. Lo scrivevo ieri: non riesco ad immaginarmi che quest’uomo abbia deciso di portare con sé in un gesto folle ed estremo altre 149 persone. Sono sincera: pensavo ad un atto terroristico. Ed invece no. È davvero l’opera di un essere umano impazzito. Un gesto volontario.

Cara Lufthansa, lo sai, vero, che i piloti hanno altre vite nelle loro mani? Lo sai, vero, che un pilota ha le responsabilità di 100, 200, 500 cardiochirurghi? Da quanto ho appreso finora, sembra che nel fascicolo personale di questo soggetto fosse ben evidenziato il fatto che aveva dei disturbi psichici e che aveva sofferto di depressione. Lo sai, vero, Lufthansa, che ad una persona con tali caratteristiche non bisogna mettere in mano altre vite umane? Sembra che quest’uomo abbia subito una visita una settimana fa. Sembra che gli sia stata consigliata una settimana di riposo. In una equipe di volo immagino che il lavoro fianco a fianco permetta di rendersi conto dei problemi che può avere un collega. Immagino che qualcuno abbia potuto segnalare i problemi di quest’uomo. O li abbia segnalati.

Cara Lufthansa, credo sia meglio dare importanza alle persone e mettere la vita dei passeggeri in mano a chi è in gardo di fare il proprio mestiere. I piloti ed il personale di bordo in generale vengono pagati moltissimo. Mi pare giusto. Hanno delle responsabilità. Credo che il loro sia un lavoro che deve avere più diritti di altri: maggiori tempi di riposo, per esempio. Quello di chi vola è un mestiere complicato, impegnativo fisicamente e mentalmente. Un lavoro non da tutti. Ecco, cara Lufthansa, non ti vergognare a retrocedere il tuo personale, a lasciare per un po’ in ufficio chi non è in grado di sostenere lo stress del volo. A lasciarlo definitivamente in ufficio se i problemi permangono. I piloti sono e devono essere cavalieri senza macchia e senza paura.

Noi tutti abbiamo diritto a salire sugli aerei serenamente, sia che ci spostiamo per motivi di lavoro, di studio o semplicemente per un viaggio di piacere. Dopo questo disastro, oltre all’obbligo, che sembra già accettato da parte di diverse compagnie aeree, di non lasciare mai una sola persona all’interno della cabina di pilotaggio, farebbe piacere anche avere, per ogni volo, la “scheda tecnica” del personale di bordo: chi è e che storia ha alle spalle. Perché nessuno si ritrovi più a dover morire a causa di un folle.

Silvia Ceriegi

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6 thoughts on “Cara Lufthansa – lettera aperta dopo il disastro dell’A320 Germanwings”

  1. Cara Silvia,
    come te, come credo il mondo intero, sono ancora sotto shock per la tragedia che ha portato via tante vite. Ma sono, perdonami, un po’ sotto shock anche dopo aver letto la tua ‘lettera aperta’.
    Ci sono ancora tante cose da chiarire, e non credo sia giusto dare giudizi affrettati. A quanto ho letto, sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che i problemi di depressione del co-pilota fossero conosciuti. E sembrava (di nuovo il condizionale), che li avesse superati.
    Dalle tue parole deduco che di depressione non soffri (e ne sono contenta per te), altrimenti non affermeresti che i colleghi avrebbero potuto rendersi conto del problema. La depressione – ammesso che abbia realmente giocato un ruolo in questa tragedia – è una delle malattie più difficili e subdole, per chi ne soffre e per gli altri.
    Sono molte le persone che, per motivi diversi, nel corso della propria vita, hanno sofferto di depressione. Non per questo è giusto stigmatizzarle.
    Arrivare addirittura a ipotizzare la ‘scheda tecnica’, con tanto di informazioni personali, del personale di volo (da leggere dove e quando? prima di comprare il biglietto? al check-in?) mi fa rabbrividire e allo stesso tempo sorridere. Se applico il tuo ragionamento, allora dovrei chiedere anche la scheda tecnica dei passeggeri (chi mi dice che il mio vicino non sia un pazzo furioso?).
    E’ vero, i piloti e co-piloti hanno una responsabilità enorme. Per questo sono ben pagati, sottoposti a training continui e molto stringenti e a controlli periodici. Ciò nonostante, la realtà ci ha tristemente dimostrato, ancora una volta, come anche i controlli più severi possono avere delle falle. Fa parte del nostro essere umani e, per ciò stesso, non infallibili.
    Tra le righe, sembra di leggere che la tragedia poteva essere evitata. Forse. Col senno di poi, è sempre tutto più facile. Lo stesso si disse dopo l’11 settembre.
    Ogni incidente aereo colpisce, perché le vittime sono tante, e tutte colpite nello stesso momento. L’incidente del volo Germanwings colpisce ancora di più per quella che pare esserne la dinamica.
    Non voglio certo sminuire la tragedia e quanto terribile questo incidente aereo sia stato. Ma forse dovremmo pensare anche a quante vite vengono stroncate ogni anno sulla strada da automobilisti che guidano sotto l’effetto dell’alcol o di droghe. Anche chi guida ha una responsabilità, e se un guidatore ubriaco stermina una famiglia in un incidente stradale, personalmente non ci vedo questa grande differenza. Tranne che sono cose molto più difficili da controllare.
    E’ facile giudicare. Molti, troppi, lo stanno facendo quando mancano ancora tante tessere del puzzle e quando forse la verità non si saprà mai.
    Forse bisognerebbe avere un po’ più di comprensione. Per i colleghi del co-pilota, che a lungo si chiederanno se avrebbero potuto capire qualcosa, prevenire. Per i genitori e il fratello del co-pilota, che per tutta la vita si porteranno dietro l’ombra e l’orrore del sospetto o di una certezza.

  2. Claudia

    Caro 1step2theleft, ho letto il tuo commento e permettimi di dissentire. Forse Silvia sarà stata troppo estrema ma obbiettivamente non me la sento di paragonare una sciagura di questo tipo a chi va in auto e causa incidenti mortali. Qui c’è in mezzo il senso di onnipotenza di uno che si è arrogato il diritto di decidere anche per la vita di altre 149 persone. Uno psicotico con manie di grandezza, non un depresso. Vero, la depressione ha mille volti (tranquillo, prima che tu me lo chieda, ne conosco nome cognome ed indirizzo) e non si può stigmatizzare. Ma io, come passeggera di aerei ( e quest’anno ho volato davvero tanto) mi sono spesso chiesta se chi in quel momento aveva in mano la cloche dell’aereo avesse riposato bene, avesse litigato con i familiari, se nn avesse per caso preso medicinali che influenzavano la capacità di attenzione. Non una scheda tecnica, ma almeno la cer-tez-za (leggilo come se fosse sottolineato e in grassetto) che chi ha in mano la mia vita sia completamente capace di intendere e di volere.

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